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Per le aziende europee Kyoto è un affare

Essere costrette a rispettare i limiti alle emissioni inquinanti non sarà un handicap per le aziende europee rispetto alle concorrenti americane.

Duecentocinquantamila tonnellate di biossido di carbonio sarebbero forse una cifra irrilevante se rapportata alla quantità prodotta ogni giorno dai combustibili fossili, ma non ugualmente se si pensa che sono state tutte negoziate il 5 ottobre con contratti a termine sul mercato europeo dei crediti di emissioni di carbonio. E quella quantità giornaliera è più del doppio del volume contrattato nell’intero mese di agosto.

Tra le ragioni principali dell’improvviso aumento nelle contrattazioni è stata la decisione della Russia di ratificare il trattato di Kyoto sui cambiamenti climatici.Le industrie della maggior parte dei paesi ricchi, soprattutto quelli dell’Ue, non potranno più sperare di poter rilasciare liberamente biossido di carbonio come in passato. Questa sarà una cosa positiva per l’atmosfera, ma cosa significherà per l’industria europea? Per le aziende europee Kyoto rappresenta un affare da non lasciarsi scappare.

Diversa cosa invece per le imprese americane che Bush, con il suo no al trattato, ha tenuto fuori dalle nuove regole. Questo spinge gli imprenditori europei a chiedersi se le aziende della terra di Kyoto, di cui fanno parte anche il Giappone e il Canada, verranno a trovarsi in una condizione di svantaggio rispetto alle concorrenti americane.Se a prima vista sembrerebbe ovvio che le aziende nel fare i conti con un sovrapprezzo carbonio possano venire penalizzate, a ben guardare l’industria europea potrebbe non essere in grado di sopportare un così pesante fardello.

Benedikt von Butler della Evolution Markets, un broker che si occupa di gas serra, ritiene che non c’è da preoccuparsi, soprattutto per quanto riguarda il prezzo: se un’azienda non riesce a rientrare nella quota di emissioni di carbonio che il suo governo le ha assegnato, dovrà acquistare altre quote di emissioni al prezzo di mercato.

Si deve aspettare il prossimo anno per le contrattazioni paneuropee sul carbonio, ma esiste già un mercato informale. Quegli esperti che avevano previsto per le aziende delle spese di 20-25 euro per tonnellata emessa, devono ricredersi notando come i prezzi si siano mantenuti su cifre molto più basse. Essere costretti a ridurre l’inquinamento può così trasformarsi in un vantaggio: nel 1997 il numero uno della Bp, lord Browne, promise che i suoi stabilimenti avrebbero ridotto entro il 2010 le emissioni del 10 per cento rispetto al 1990. In realtà l’impresa raggiunse i suoi obiettivi con otto anni di anticipo grazie a una combinazione di maggiore efficienza, nuove tecnologie e migliore gestione dell’energia.

Ma la cosa più sorprendente, come spiega lord Browne, è il costo: «Abbiamo conseguito il risultato con una spesa netta pari a zero, perché il risparmio ottenuto grazie al minore fabbisogno di energia e alla maggiore efficienza ha superato gli oneri». I costi necessari per affrontare il problema del cambiamento climatico, conclude lord Browne «sono chiaramente minori di quanto si era temuto. Si tratta di un problema gestibile». Dunque, stipulando l’accordo di Kyoto, l’Ue potrebbe aver dato alle proprie imprese una maggiore competitività nella corsa verso l’energia pulita. © The Economist

MENO SPORCO, PIÙ GUADAGNO

Con il sì della RUSSIA le contrattazioni sul mercato del Biossido di CARBONIO sono esplose: 250 mila tonnellate in un giorno
Il prezzo del carbonio dovrebbe mantenersi al di sotto dei 10-15 euro a tonnellata.
La Bp è riuscita a ridurre le sue emissioni del 10% otto anni prima del previsto.
E l’americana DuPont ha tagliato i gas serra del 65% rispetto ai livelli del 1990.

The Economist