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Nel ‘nuovo’ Brasile di Lula le imprese italiane giocano in casa

A.Bon.

Quando si parla di Brasile, gli italiani (e forse non solo loro) hanno un’iconografia già pronta che non fanno fatica a estrarre dal loro cassetto mentale: calcio, samba, carnevale, ballerine, favelas.

Queste immagini, come tutte quelle che derivano da pregiudizi e stereotipi, non rispondono più al vero. Molta acqua è nel frattempo passata sotto i ponti del Brasile, un subcontinente con una superficie simile a quella dell’Europa e circa 190 milioni di abitanti.

Il Brasile è da qualche anno diventato uno dei ‘Bric’, come si dice adesso, ovvero uno di quei colossi addormentati e rimasti indietro nello sviluppo (insieme a Russia, India e Cina) che però hanno improvvisamente accelerato trovando la strada della crescita economica.
Pochi, stringati dati, bastano a dare un’idea di cosa sia diventato e, soprattutto, di cosa stia diventando il paese oggi guidato da Luiz Inàcio da Silva, detto Lula.

Stiamo parlando della nona economia del mondo con 1.835 miliardi di dollari Usa di pil, del quinto paese per popolazione e per superficie. In più, lo Stato sudamericano ha da vari anni una crescita del pil sostenuta: più 6 per cento nel 2004, più 3 nel 2005, più 4 nel 2006 e più 5 nel 2007.

Nel 2008, in conseguenza della crisi, le stime iniziali di crescita davano un prudenziale 5,3 per cento, ma nella prima parte dell’anno la previsione è stata smentita e ora l’economia marcia al ritmo del 5,8 per cento.

Il reddito medio è ancora relativamente basso, intorno ai 14 mila dollari Usa. E, soprattutto, la ricchezza è ancora concentrata in poche mani: il 10 per cento della popolazione detiene il 44 per cento del reddito totale. «Tuttavia dice Hal Sirkin, senior partner & managing director di Boston Consulting Group e coautore del libro Globality sta nascendo anche una classe media: a parte il 32 per cento delle famiglie che vivono a livello di sussistenza, il resto della popolazione ha introiti che permettono di andare oltre i generi di prima necessità».

Il 29 per cento delle famiglie, che comprende i segmenti A (la classe più elevata) e B (medioalta), secondo il Bcg, ha un reddito definito ‘alto’. L’altro 39 per cento (segmento C) è uscito dalla zona povertà e si situa appena al di sopra di questo livello.

Però, come si diceva, una classe media comincia a comparire, e basta guardare le lunghe file di auto a San Paolo, 11 milioni di abitanti, una specie di Los Angeles dell’America latina con tanto di downtown di grattacieli, per rendersene conto.

Naturalmente non tutti i problemi sono stati risolti, sarebbe impossibile. E c’è un forte sbilancio nelle finanze pubbliche, come dimostra anche il mantenimento di alti tassi d’interesse. Ma nel Brasile, come negli altri Bric, si è spezzato il circolo vizioso del sottosviluppo che solo alcuni anni fa sembrava una condanna senza appello.

L’inflazione è tutto sommato sotto controllo, intorno al 4,5 per cento, e anche se il dato ufficiale non dice tutto, certamente siamo ben lontani da quei tassi da capogiro degli anni 80 che portarono il Brasile a ristrutturare il suo debito per ben tre volte in sette anni. «L’inflazione è un problema più o meno risolto dice Roberto P.

Ramos, responsabile del gruppo Braskem (plastica), il terzo più grande del Brasile con 4.000 dipendenti e grazie a questo scenario più stabile è stato possibile per le imprese locali crescere e diventare competitor mondiali. Si è aperta anche una fase positiva per gli investimenti dall’estero. Vedo molto bene le imprese italiane: la Fiat, ad esempio, è il più grande produttore di auto in Brasile».

Lo spazio per le imprese italiane c’è ed è grande. Anche perché, ad esempio, gioca a loro favore il fatto che nello Stato di San Paolo (il più sviluppato della federazione brasiliana) si calcola che almeno la metà della popolazione sia di origine italiana.

E perché in generale c’è verso l’Italia un pregiudizio positivo, che aiuta gli affari. Lo dimostrano il successo di Pirelli Tyre (primo produttore), di Magneti Marelli (è suo il sistema flex che regola il doppio carburante benzina e alcol montato praticamente su tutte le auto nuove). E di Tim Brazil, secondo player con il 26 per cento del mercato.
(a.bon.)

Fonte:
La Repubblica