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Made in Italy al contrattacco

Oltre 67mila aziende subiranno l’impatto della concorrenza cinese – Corsa alle ricette per aumentare la competitività

MILANO – Eccellenza. È la parola magica cui gli imprenditori italiani del tessile e abbigliamento affidano le speranze di far fronte all’assalto dei prodotti cinesi. Eccellenza nella qualità, nei servizi, nella flessibilità e nei tempi di consegna delle merci.

Ma il confronto è durissimo e ha già lasciato sul campo morti e feriti (sono 40mila circa i posti di lavoro persi nel settore nel biennio 2002-2003). E l’imminente apertura delle frontiere rischia di aggravare la situazione delle oltre 67mila imprese.

Dal 1° gennaio prossimo sarà eliminato il regime di quote alle importazioni: l’Accordo multifibre, infatti, entrato in vigore nel 1974, prevedeva limitazioni quantitative all’importazione di prodotti tessili e di abbigliamento provenienti da America Latina e Asia. Limitazioni che sono state progressivamente smantellate negli ultimi dieci anni. Dal 2005, dunque, l’import sarà libero in tutto il mondo occidentale.

Per l’Italia cambieranno molte cose? «Se guardiamo agli Stati Uniti – risponde Tito Burgi, presidente dell’Associazione tessile italiana e della Manifattura di Gemona – vediamo che sugli articoli già liberalizzati l’incremento delle importazioni dalla Cina ha raggiunto anche il 70%». Non a caso nei giorni scorsi gli imprenditori Usa hanno chiesto al Dipartimento del commercio di porre limiti ai prodotti provenienti dalla Repubblica Popolare.

In Italia, invece, molti sostengono che le quote della Cina sono già state superate di fatto, con importazioni clandestine o triangolazioni. «Ma quello che ci preoccupa davvero – prosegue Burgi – è che se gli Usa chiudono anche solo in parte le frontiere, la merce respinta arriverà da noi». I timori sono fortissimi anche perchè l’apertura delle frontiere si inserisce in una congiuntura ancora difficile: «I mercati – sottolinea Burgi – a parte qualche nicchia sono spaventosamente statici». Ma tra le imprese non manca la capacità di avviare una controffensiva. Chi latita, dicono, è la Ue.

L’obbligo della certificazione di origine dei prodotti importati (una norma in vigore in gran parte del mondo), è considerato una necessità assoluta per difendere la produzione italiana: peccato che Bruxelles, che fino a poco tempo fa sembrava convinta, ora pare voler fare marcia indietro. «Bisogna agire sul prodotto, perchè i cinesi sono ancora indietro di qualche anno rispetto a noi», sostiene Fabio Candido, amministratore delegato di Fenicia, tra le poche aziende di camicie che ancora sopravvivono in Italia (9 milioni di ricavi 2004, in aumento del 15% sul 2003). E spiega: «Dobbiamo lavorare sui margini e aumentare le quantità. Questo significa dare un buon prodotto a un prezzo ottimo. Noi abbiamo “rotto” un po’ il mercato offrendo quattro camicie per 99,99 euro. E garantendo questo prezzo al pubblico per cinque anni. Lo possiamo fare perchè abbiamo quantità sufficientemente grandi per spuntare prezzi migliori con i fornitori».

Basilare, secondo Candido, è la distribuzione: per Fenicia l’obiettivo è arrivare a 150 punti vendita entro il 2008 (venerdì aprirà il secondo negozio monomarca a Milano). Per Giuseppe Polli, presidente della Manifatture di Domodossola (13 miliardi di fatturato con 70 dipendenti circa), il settore deve «trasformare le tute blu in camici bianchi, creare posti di lavoro con grossi investimenti». È significativa la storia della Manifattura di Domodossola, come la racconta lo stesso Polli: «Cent’anni fa facevamo le corde per le navi, quindi la passamaneria e i rivestimenti in cotone dei cavi elettrici. Poi per i cavi è arrivata la plastica, allora abbiamo inventato le stringhe in poliestere per le scarpe e ce le hanno copiate tutti. Alla fine ho ribaltato la fabbrica: oggi cordini, passamanerie eccetera sono diventati materie prime. Facciamo tessuti mescolati con pelli, argento, kevlar, cashmere che vendiamo alle maggiori griffe del mondo, da Hermès a Gucci a Burberry’s. Certo – conclude – devo fare il prodotto giusto al momento giusto, ma vendo tessuti che costano anche 250 euro al metro».

Il prodotto giusto al momento giusto è un altro atout per restare sul mercato. «Mi è arrivato un ordine per 200mila metri di pizzo: consegna 15 giorni su colore del campione» racconta Alfredo Albano, amministratore unico di Arianna, azienda che produce pizzi elastici e non (2,9 milioni di fatturato, 35 telai). E spiega: «Ho potuto accettare solo perchè avevo i magazzini pieni. Il magazzino per noi non è un costo, ma una riserva finanziaria che ci consente di consegnare la merce non dico in giornata, ma quasi».

Ma se all’Arianna il lavoro non manca, la situazione è pesante: «Oggi i cinesi hanno comprato telai nuovi, mentre in Europa poche aziende hanno i soldi per farlo. La differenza di costi con la Cina – conclude un po’ sconsolato Albano – è talmente elevata che non c’è partita». Un pessimismo che non tutti condividono. È vero, bisogna inventarsi delle cose, unire le forze, ma si può fare. Dice Franco Zerbi, amministratore delegato della Tintoria Zerbi: «Spesso operiamo come se il cliente fosse nostro socio: è indispensabile lavorare in stretto collegamento con la filiera». Così come i tempi brevi di produzione sono essenziali per contrastare l’Asia, e l’innovazione continua di prodotto è fondamentale per non essere copiati. Chiudere le frontiere, comunque, non è una soluzione praticabile. Gli imprenditori ne sono convinti: purchè rispetti le regole, l’Asia è anche un’opportunità. «Il problema – conclude Zerbi – è resistere sei-sette anni, finchè la Cina diventi davvero un’opportunità».

Il Sole 24Ore