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«Le banche cresceranno all’estero solo con le imprese»

Tronchetti al convegno Assogestioni: dismettere la rete? Un autogol. Arpe: gli istituti lavorano per recuperare fiducia

MILANO – Tre anni di crescita del reddito nazionale poco sopra zero e poi una «ripresa» che porterà a chiudere il 2004 a ritmi dimezzati sulla Francia, a un terzo della Gran Bretagna, a un quarto sugli Stati Uniti e poco più di un decimo della Cina.

Incalzata dai mercati globali, l’Italia deve fare i conti con i suoi handicap: del sistema del risparmio scosso dalla sfiducia, degli oneri dell’amministrazione, dei limiti di banche e imprese, si è parlato ieri al Forum di Assogestioni nel Palazzo della Borsa.

Ci ha provato Marco Tronchetti Provera, numero uno di Telecom Italia e vicepresidente di Confindustria, a disinnescare alcune critiche al sistema bancario. «In Italia abbiamo la presenza delle banche estere – ha osservato – ma la presenza estera delle banche italiane è limitata anche perché il sistema industriale non ha sviluppato grandi imprese attive fuori dai confini». Piuttosto, ha sostenuto il presidente di Telecom, in Italia ci sono troppi colli di bottiglia: «le professioni, il sistema distributivo, le municipalizzate e ovviamente le altre società di servizi».

Negli ultimi sei anni i costi delle «public utilities» al consumatore, ha detto Tronchetti, sono saliti del 18% mentre nelle telecomunicazioni sono scese del 6%. In questo senso, ha aggiunto, per le telecomunicazioni «lo scorporo delle reti sarebbe un autogol».

D’accordo sulle anomalie del mercato è stato Alberto Alesina, direttore del dipartimento di economia di Harvard. Se in Italia servono in media 645 giorni per riscuotere un assegno in bianco (49 negli Usa, 226 in Francia) e per aprire un’impresa ne occorrono 62 (2 in Canada, 16 in Irlanda), sostiene Alesina, l’economia «ha l’opposto di ciò di cui ha bisogno»: troppe regole e poca applicazione delle leggi. E le restrizioni alla concorrenza in banca, ha rincarato, creano un costo del denaro più alto. «Tutti motivi per avviare un “big bang” della deregolamentazione», ha insistito l’economista.
Invece, nel mondo del risparmio, «esistono fenomeni di opacità e autoreferenzialità che fanno a pugni con quel che dice Alesina», ha ricordato Ferruccio de Bortoli, amministratore delegato di Rcs Libri.

Ma il consenso sociale per risolverli, ha notato, si trova «se ci rendiamo conto che non sono in gioco solo somme di danaro ma una scelta virtuosa di trasparenza». Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia, ha concordato su un punto: dopo i crac di Cirio, Parmalat e dell’Argentina, le banche devono lavorare per ridare fiducia. «I rimborsi che abbiamo concessi vanno in questo senso», ha detto. Il presidente di Rcs Quotidiani Piergaetano Marchetti ha invece ricordato che per la fiducia dei risparmiatori è essenziale il sano governo d’impresa.

Corriere della Sera
Federico Fubini
22/10/2004