Kyoto, l’Italia tenta il rilancio
A Buenos Aires il Governo punta a coinvolgere i produttori di anidride carbonica oggi fuori dal Protocollo
Il caponegoziatore Clini: «Necessaria una strategia più ampia a livello globale che vada oltre gli accordi»
MILANO • L’allarme clima è molto peggiore di quanto non si dica. E il Protocollo di Kyoto non è più sufficiente. Non viene smentito: però già oggi bisogna pensare agli anni successivi al 2012, quando scadrà l’accordo sui cambiamenti climatici e sul contenimento delle emissioni di anidride carbonica. Bisogna pensare a qualcosa che coinvolga anche Cina, Stati Uniti, Brasile e gli altri grandi produttori di anidride carbonica oggi non coinvolti dal Protocollo di Kyoto.
Questa — a dispetto delle dichiarazioni ufficiali — è la posizione presentata all’interno del negoziato dalla delegazione italiana presente a Buenos Aires per la Cop10, cioè la decima Conferenza delle parti sul Protocollo.
Il fatto è che l’emergenza clima ha assunto dimensioni del tutto differenti da quel taglio del 5,2% per le emissioni al 2010-2012 chiesto dall’accordo di Kyoto. Secondo le stime del World energy outlook dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), nel 2030 la domanda mondiale di • energia sarà aumentata del 55%, e i Paesi in crescita rappresenteranno il 60% di questo incremento (oggi sono il 40%). Le emissioni di anidride carbonica, il gas sviluppato dalla combustione e accusato di cambiare il clima, seguiranno questa tendenza.
Ma l’Intergovernmental panel on climate change (l’organismo scientifico dell’Onu sui cambiamenti climatici) ha chiesto un dimezzamento delle emissioni.
L’Aie stima che un intervento drastico sul sistema energetico di tutti i Paesi Ocse (compresi gli Stati Uniti) potrebbe portare una riduzione delle emissioni di anidride carbonica attorno al 16%, pari a una riduzione globale di un modestissimo 5 per cento. Il futuro sembra cioé assai più drammatico di quanto apparisse pochi mesi fa.
L’Italia non smentisce il Protocollo di Kyoto: vuole fare qualcosa di nuovo, e di più efficace, a partire dal 2012. Il Piano nazionale 2003-2012, approvato due anni fa, cerca di ottenere per il 2008-2012 una sforbiciata delle emissioni italiane di anidride carbonica pari a quel 6,5% rispetto al ’90 fissato da un accordo europeo. Si tratta di passare da 521 a 487 milioni di tonnellate di carbonio. Ma nel frattempo, dal ’90 la produzione italiana di anidride carbonica ha superato di gran lunga quel riferimento di 521 milioni di tonnellate l’anno. Secondo Corrado Clini, capo della delegazione italiana a Buenos Aires, «oggi siamo a 543 milioni e lo scenario tendenziale al 2010, qualora non fossero adottate misure, è attestato su 613 milioni di tonnellate l’anno».
Uno strumento per ridurre la produzione italiana di fumi inquinanti è costituito dalla direttiva europea di Emission trading (la cosiddetta “Borsa dei fumi”), in base alla quale in Italia sono stati assegnati permessi di emissione nel periodo 2005-2007 per 240 milioni di tonnellate, pari a circa il 40% delle emissioni totali. Di queste, 158 milioni fanno riferimento al settore energetico, e in particolare 136 agli impianti termoelettrici, 19 alle raffinerie, e 3 agli altri impianti di combustione.
«Kyoto non basta più. Per raggiungere gli obiettivi indicati dal rapporto Onu — afferma il capo-negoziatore Clini — è necessaria una strategia più ampia a livello globale, che vada oltre il Protocollo di Kyoto, con il coinvolgimento dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo, fondata su uno sforzo straordinario di ricerca, e di innovazione delle politiche energetiche per ridurre “l’intensità di carbonio” dell’economia attraverso lo sviluppo e la disseminazione delle tecnologie di energia rinnovabile ed efficienza energetica. Ma serve anche la disponibilità a basso costo delle nuove risorse energetiche pulite e sicure, per affrontare sia la sicurezza energetica che la riduzione delle emissioni».
Il Sole 24 Ore
16/12/2004