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Il futuro delle imprese italiane nei mercati internazionali

di Beniamino Quintieri

Da più parti giungono spunti di riflessione, spesso preoccupanti, sul futuro delle imprese italiane nel nuovo contesto internazionale. D’altro canto l’apertura dei mercati, l’abbattimento dei costi di collegamento e soprattutto l’ingresso di nuovi paesi nello scenario internazionale non costituiscono a priori solo un fattore critico per il posizionamento dell’industria italiana nei mercati esteri, ma anche un’opportunità di crescita e riorganizzazione per le nostre imprese.

Negli ultimi anni, va sottolineato, si è assistito a un lento, ma progressivo, indebolimento della posizione del nostro paese nell’economia mondiale. La quota del 2003 sulle esportazioni mondiali ha perso rispetto al 1996 quasi un punto percentuale (da 4,3% a 3,4% a prezzi costanti, da 4,7% a 3,8% a prezzi correnti), quella sugli investimenti diretti esteri in entrata circa mezzo punto (da 2,3% nel 1996 a 1,8% nel 2002 quella calcolata sugli IDE mondiali, da 3,4% a 2,8% quella riferita ai soli paesi industrializzati).

Tuttavia, è importante evidenziare tanto le opportunità quanto il dinamismo già sperimentato dalle imprese italiane in relazione al nuovo contesto. L’avvento di nuovi attori nel commercio internazionale ha rappresentato anche una chiara opportunità di crescita per le nostre imprese sia in termini di mercati finali che di approvvigionamento: dal 1996 ad oggi le esportazioni italiane verso i paesi di prossima adesione nell’Ue sono pressoché raddoppiate. Nello stesso periodo le partecipazioni italiane in imprese situate nell’Europa centro orientale sono aumentate di quasi 1000 unità (la quota dell’area sul totale delle partecipazioni italiane all’estero è salita dal 21% al 29%).

Dimensione aziendale
Viene spesso citato il problema della dimensione internazionale delle imprese come fattore critico per il consolidamento e l’espansione della presenza italiana sui mercati esteri: il concetto di dimensione aziendale è tuttavia ampio e di non facile interpretazione. Per comprenderne le caratteristiche è utile fare riferimento a due modalità, concrete e misurabili, attraverso cui le imprese si rapportano ai mercati esterni: da un lato l’esportazione di beni e servizi (internazionalizzazione commerciale), dall’altro all’internazionalizzazione produttiva che prevede anche la delocalizzazione di fasi della produzione in paesi esteri.

In Italia le imprese con meno di 50 addetti costituiscono il 56,4 % dell’industria manifatturiera: in Francia, Germania e Regno Unito la quota è intorno al 30%. Per l’Italia inoltre, le imprese con oltre 250 addetti costituiscono il 23% del totale, la metà rispetto a Francia e Regno Unito, un terzo rispetto alla Germania.

Su un totale di circa 176 mila imprese esportatrici, 140 mila di esse – con meno di 20 addetti- generano il 18 % dell’export. All’altro estremo poco più di 800 imprese con più di 500 addetti contribuiscono con il 31 %. In mezzo stanno dunque circa 35 mila imprese da cui origina più di metà delle nostre esportazioni. Attenuata, ma comunque significativa, questa peculiarità rimane presente anche nell’internazionalizzazione produttiva. Delle 5.200 imprese italiane con partecipazioni all’estero oltre il 50% possono essere definite piccole multinazionali, ossia con un numero di addetti in Italia inferiore a 50.

Le ripercussioni
L’elemento dimensionale ha necessariamente importanti ripercussioni sulla natura dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, spesso giudicata poco diffusa, debolmente strutturata in termini di volumi e radicamento nei mercati. Per quanto riguarda le esportazioni, le imprese italiane presentano alti tassi di volatilità sui mercati esteri, influenzati principalmente dall’oscillazione della domanda locale e incapaci di assorbire gli shock del ciclo economico: solo un terzo degli operatori all’export del 2002, per esempio, aveva esportato in maniera continuativa negli 8 anni precedenti.

Nel caso degli investimenti esteri, i vincoli alla crescita si manifestano principalmente nella mancanza di risorse economiche, informative e gestionali per intraprendere iniziative di insediamento all’estero, sottodimensionando l’attività internazionale del paese rispetto al potenziale: nel 2002 la quota degli stock di investimenti diretti esteri in uscita in percentuale del Pil era per l’Italia del 16,1% (per Francia, Germania e Spagna rispettivamente del 46%, 29,1% e 33,1%).

Sotto il profilo geografico, esportatori e investitori esteri presentano negli ultimi anni struttura e andamenti similari. Unione Europea e Europa Centro Orientale sono le due principali aree di vendite e investimento all’estero: esse interessano rispettivamente il 58% e il 39% degli operatori all’export, il 35% e il 19% delle partecipate estere. In queste aree la vicinanza geografica e la prossimità culturale alimentano fenomeni di internazionalizzazione diffusi soprattutto fra le piccole imprese: basti pensare che oltre il 50% degli operatori è riconducibile a fatturati all’export inferiori a 250mila euro.

Dal lato degli investimenti diretti esteri, inoltre, queste due aree presentano un numero di addetti per impresa partecipata inferiore alla media. Asia Orientale e America Latina sono invece, in positivo e negativo, le aree attraversate dai maggiori cambiamenti.
Le caratteristiche del sistema produttivo italiano vengono spesso definite anomale rispetto agli altri paesi industriali. Il modello di specializzazione dell’Italia è ritenuto lento a trasformarsi e basato su vantaggi comparati in settori cosiddetti maturi, quindi caratterizzati da una modesta dinamicità della domanda, da intensità tecnologica medio bassa ed elevata elasticità rispetto ai prezzi. In termini di fatturato all’export sul totale i settori a maggiore proiezione internazionale sono quelli della meccanica, dei mezzi di trasporto, dell’industria tessile e abbigliamento.

Ciò ha reso le esportazioni del nostro paese più esposte alla concorrenza dei paesi emergenti, sebbene come alcuni studi hanno recentemente confermato, le esportazioni del made in Italy, poiché concentrate su fasce qualitative e di prezzo differenti, non sarebbero in realtà direttamente in competizione con i prodotti di quei paesi. Di fatto negli ultimi anni le imprese italiane hanno perso la competitività nelle fasce basse dei prodotti ed hanno concentrato le loro esportazioni in segmenti di prodotto di maggiore qualità e prezzo dove meno intensa è la pressione concorrenziale di paesi come la Cina, agevolati anche dal tasso di cambio favorevole oltre che dai vantaggi di costo.

La scomposizione settoriale delle partecipazioni estere nell’industria manifatturiera sottolinea inoltre la capacità di reazione delle imprese italiane: meccanica e industria tessile sono anche fra i settori di maggior peso nella delocalizzazione (rispettivamente 13% e 16% delle partecipate estere).

Dimensione territoriale
La dimensione territoriale nell’internazionalizzazione, commerciale e produttiva, ribadisce il dualismo fra nord e sud del paese. Oltre il 70% degli esportatori è costituito da imprese settentrionali (alla sola Lombardia competono circa il 30% degli operatori all’esportazione).

Il Mezzogiorno in particolare è caratterizzato dalla netta prevalenza di esportatori di piccola taglia, in ragione della specializzazione settoriale dell’area meridionale, più intensa in settori, per esempio l’agroalimentare, a minore vocazione internazionale e contraddistinti da un’elevata frammentazione dell’offerta. Anche sul lato dell’internazionalizzazione produttiva le imprese multinazionali a base italiana presentano un’elevata concentrazione territoriale: oltre i due terzi originano da quattro regioni del nord: Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.

La relativamente scarsa propensione alla crescita dimensionale delle imprese rappresenta forse l’ostacolo maggiore allo sviluppo di vantaggi comparati dinamici. La forte specializzazione (nicchia di prodotti) e l’elevata flessibilità sono certamente punti di forza, ma devono accompagnarsi a strategie di differenziazione dei mercati ed insieme al radicamento su quelli più importanti e dinamici, il che presuppone un sempre più robusto polmone finanziario ed organizzativo per fare investimenti in promozione dell’immagine, rete distributiva e assistenza post-vendita alla clientela.

Vi è una correlazione positiva tra produttività e dimensione media dell’impresa: negli ultimi anni il tasso di crescita medio annuo della produttività delle grandi imprese è stato quasi doppio rispetto a quello delle imprese di minore dimensione.

Le opportunità
Alla crescita dimensionale delle imprese si associa una maggiore probabilità di diventare esportatrici: le imprese più grandi possono avvalersi di finanziamenti a costi più bassi, dei benefici derivanti dagli acquisti in blocco, della possibilità di disporre di proprie filiali di vendita, oltre che di una maggiore capacità di assumersi rischi e intraprendere nuove iniziative grazie alla maggiore diversificazione delle attività. La capacità di penetrare nei mercati esteri si fonda infatti su un’efficienza già acquisita e la dimensione è proprio una delle principali determinanti di tale differenziale di efficienza e capacità. È infatti all’aumentare delle dimensioni di impresa che i flussi di esportazione assumono maggiore rilevanza.

Si determina così un processo circolare tra la capacità di entrare nel mercato estero affrontando i relativi costi e la possibilità di ottenere ulteriori vantaggi di produttività, profitto e occupazione connessi all’export. Un forte differenziale di efficienza normalmente premia infatti le imprese esportatrici rispetto alle altre e questo gap diventa tanto più evidente quanto maggiore è la loro esposizione estera.

Rinnovamento
Indubbiamente nel decennio scorso l’economia italiana ha affrontato un processo di apertura e di trasformazioni assai rapido: l’apertura, in termini di rimozione di ostacoli agli scambi ha interessato tanto le transazioni di beni e servizi quanto quelle finanziarie, favorita peraltro dalla diffusione di nuove tecnologie che hanno ridotto l’incidenza dei costi di trasporto e della distanza geografica.

Negli ultimi anni l’economia italiana ha dovuto affrontare gli inevitabili costi che la maggiore esposizione alla concorrenza internazionale e l’accresciuta complessità ha comportato. Questi cambiamenti determinano oggi l’esigenza di un rinnovamento del sistema produttivo nazionale, rinnovamento, peraltro, reso necessario dalla crescente competizione internazionale.

Se in un primo tempo, infatti, l’inseguimento delle economie emergenti, in termini di posizioni di mercato, è stato favorito soprattutto dal basso costo degli input, rapidamente a questi fattori competitivi si sono aggiunti miglioramenti di produttività e della qualità come dimostra il fortissimo incremento delle loro quote non solo nei prodotti di consumo ma anche nei settori ad elevata intensità di innovazione.

Per i produttori italiani la sfida da cogliere è quella di affrontare la complessità, attrezzarsi innovando continuamente prodotti e processi produttivi, rafforzare i propri punti critici a monte e a valle del processo produttivo e, quindi, aprirsi alle varie forme di partnership con imprese di altri paesi, intensificare gli investimenti nei settori della ricerca e sviluppo, nel design, nel marketing e nella distribuzione, nell’assistenza alla clientela.

Appare cruciale a questo scopo colmare il ritardo relativamente alla spesa per R&S in rapporto al prodotto interno lordo dell’Italia che risulta tra i più bassi tra i paesi europei (1,10% contro valori intorno al 2% di Francia, Germani, Paesi Bassi).
La competitività di ciò che viene definito “sistema-paese” è un obiettivo complesso, il cui raggiungimento richiede gli sforzi complementari di tutti gli attori economici e istituzionali, soprattutto in un contesto di profondi e rapidi mutamenti, come quello attuale.

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