‘Family Business’, vera forza dell’Italia all’estero
Milano – E’ in uscita in questi giorni il libro di Walter Zocchi intitolato “Il Family Business. Famiglia, azienda di famiglia e patrimonio dell’imprenditore”, edito da Il Sole 24 Ore . Il volume affronta la tematica delle imprese di famiglia italiane , mettendo in risalto l’importanza delle aziende fondate da italiani all’estero.
“L’Italia – spiega l’autore – conta oltre 5 milioni di aziende familiari e sono tantissime anche le imprese di italiani emigrati sparse per il mondo. Il mio interesse è stato rivolto nella stesura del libro prevalentemente alla realtà internazionale: ci sono nel mondo tanti grandi imprenditori italiani, nuovi potenziali protagonisti del panorama economico, che sono ancora sconosciuti nel loro Paese d’origine e questa tendenza va cambiata “.
Perché le aziende fondate da italiani all’estero dovrebbero avere più considerazione? “La loro storia – continua lo studioso – è caratterizzata dalla totale mancanza di assistenza da parte del mondo politico e istituzionale tricolore. All’estero esistono leggi e normative completamente diverse da quelle italiane e in molti casi l’imprenditore non ha ricevuto aiuto dalle associazioni e dagli enti locali, ma è stato al contrario abbandonato a se stesso. Le family business create dagli emigrati sono un modello di capitalismo vincente, che deve essere degnato di maggiore attenzione e che va lodato e, soprattutto, copiato “.
“Credo che l’Italia non abbia da imparare da nessuno in questo campo, neanche da noi imprenditori emigrati”, sostiene Ubaldo Larobina, titolare della australiana Italian Media Corporation (IMC). “Ma esiste comunque la possibilità, per non dire la necessità, di costituire un collegamento tra le ditte fondate all’estero e quelle in Italia finalizzato all’organizzazione di iniziative comuni: c’è però bisogno di completare un lungo lavoro di ricerca che punta a valorizzare le potenzialità dei diversi settori “.
“Bisogna cercare di cancellare l’idea che gli italiani all’estero siano quelli con la valigia di cartone – sostiene Luigi Pallaro, proprietario del Pallaro Group di Buenos Aires – E’ un’idea assolutamente errata che rende difficile un corretto interscambio di esperienze tra le imprese in Italia e quelle all’estero. L’attenzione dall’Italia per le società fondate da noi emigrati è sempre stata troppo scarsa. All’estero c’è un patrimonio unico e incredibile che va valorizzato e sostenuto: c’è un forte attaccamento all’Italia anche nelle nuove generazioni e bisogna sfruttare questa situazione “.
“Per anni siamo stati completamente trascurati”, è l’opinione di Pietro Bajocchi, titolare a Il Cairo della società Bajocchi Gioielli ltd e della neonata Valentini by Bajocchi S.p.A., Vice Presidente per l’Africa della Confederazione degli Imprenditori Italiani nel Mondo (CIIM). “Veniamo rivalutati solamente adesso grazie al lavoro del Ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia, che punta molto su di noi e ha invertito una spiacevole tendenza: prima, venivamo quasi trattati come profughi, come un fardello spiacevole da non ricordare. Non credo molto che noi imprenditori italiani all’estero – la famiglia Bajocchi è emigrata in Egitto circa 140 anni fa – possiamo insegnare qualcosa ai connazionali in Italia, ma sicuramente possiamo essere un notevole aiuto per loro, perché abbiamo aperto la strada alla conoscenza nel mondo dei prodotti italiani e della qualità del nostro mercato “.
Il libro analizza esclusivamente le imprese fondate da emigrati dello Stivale, tralasciando l’attività di filiali e succursali di ditte con sede centrale in Italia. “Ho studiato a lungo il tema – dice Zocchi -Per avere un quadro il più preciso possibile della situazione delle nostre imprese all’estero mi sono servito degli archivi e dell’assistenza del Ministero degli Italiani nel Mondo, della Banca d’Italia e di Confindustria. Ho fatto anche diversi viaggi, in Messico, Cuba, Santo Domingo, Brasile e Stati Uniti, per valutare personalmente alcune di queste realtà e verificare le caratteristiche di tali imprese: l’italiano che è andato all’estero ha fondato imprese che hanno, in media, una cinquantina di dipendenti e sono, di conseguenza, più grandi delle ditte che operano in Italia. I settori in cui siamo più attivi nel mondo sono sicuramente quelli del turismo, del commercio, dei manufatti, mentre mancano quasi completamente le industrie artigiane “.
Nato a Gallarate, Walter Zocchi è docente di Economia e Business Family presso l’Università Cattolica di Milano e presidente del Centro Studi sull’impresa di famiglia “Di padre in figlio “. La sua ultima opera può vantare la presentazione di Luca Cordero di Montezemolo, Presidente di Confindustria, la prefazione di Franco Fontana, Preside della facoltà di Economia all’Università LUISS Guido Carli di Roma e la recensione di Antonio Marzano, Ministro delle Attività Produttive. “Il modello del capitalismo familiare non può prescindere dalla analisi qualitativa e quantitativa dei suoi tre elementi caratterizzanti: la famiglia, l’azienda di famiglia e il patrimonio dell’imprenditore. In questi anni si stanno evolvendo tutti e tre gli elementi, che sovrapponendosi ed intrecciandosi costituiscono il cosiddetto family business “.
Come dovranno evolversi le family business in Italia per mantenersi competitivi e crescere sui mercati? “Dovranno seguire l’esempio delle ditte connazionali all’estero”, prosegue Zocchi. “Fino a quando gli imprenditori tricolore rimarranno convinti di dover detenere il 100% delle loro proprietà, o anche solo il 51%, non riusciranno a crescere. Bisogna capire che, anche non detenendo la maggioranza assoluta delle ditte, si può mantenerne la proprietà: spero che il recente esempio della famiglia Agnelli, che non ha più il 51% della Fiat, possa aprire la strada a una inversione di tendenza. L’imprenditore italiano se cede qualche quota non si sente più tale: all’estero è invece la norma, in alcuni mercati come quello cinese è addirittura reso obbligatorio dalla legge “. Walter Zocchi, nel suo volume, dichiara esplicitamente che ” se rimarranno chiuse in se stesse le ditte tricolori non si svilupperanno e creeranno a lungo andare dissapori nelle famiglie, e se la famiglia è in preda alle conflittualità nessuna riorganizzazione aziendale, finanziaria, economica o del personale potrà mai produrre esiti miracolosi . Se invece si apriranno e delegheranno alcune loro quote a nuovi soci, o ai dipendenti più meritevoli, potranno avere un notevole sviluppo “.
La pubblicazione de “Il Family Business” è solo il primo passo di un lungo studio. “Ho già presentato un progetto al Ministero degli Italiani nel Mondo – conclude l’autore – che prevede al primo punto la redazione di un completo ed esauriente censimento delle aziende fondate da italiani emigrati. Solo in un secondo momento si potrà portare avanti un discorso più incisivo, che vedrà anche lo creazione di poli di eccellenza con le università estere. Ho già ricevuto in queste settimane richieste da Russia, Cina, Paesi dell’Est e del mondo arabo per spiegare ai giovani le caratteristiche delle imprese italiane. Dobbiamo esportare il nostro know-how e possiamo farlo “.
“Qualsiasi iniziativa in quest’ottica – spiega Larobina – non potrà prescindere dall’operato della CIIM”. La Confederazione è già da qualche tempo “al lavoro per proseguire lungo questa strada – sostiene Bajocchi – anche per porre le basi per un eventuale business di ritorno, ma dovrà prima essere sviluppato un adeguato sistema di leggi per garantire a noi imprenditori le condizioni migliori per investire in Italia, perché non potrà bastare il nostro patriottismo “.
“Il Governo italiano ha avviato una vera politica per gli italiani nel mondo solo nel 1960”, conclude Pallaro. “Storicamente non vi è stata assistenza per gli emigrati, e quindi neanche per gli imprenditori emigrati, che hanno dovuto ingegnarsi e imporsi sul mercato con le loro sole forze: ora c’è più attenzione, soprattutto grazie alla creazione dell’apposito Ministero, ma la strada è ancora lunga e bisogna cercare di recuperare il tempo perduto. Se verrà portata avanti una politica intelligente, la presenza di family business italiane all’estero potrà garantire al Paese numerose teste di ponte in tutto il mondo, facilitandone lo sviluppo in tutti i settori”.
Notiziario NIP – News ITALIA PRESS agenzia stampa – N° 1 – Anno XII, 3 gennaio 2005