“Bush, impara da noi”. Il Brasile sfida gli Usa
Crescita al 6%, inflazione bassa, automobilisti felici con l’etanolo. L’ex gigante malato del Sud America dà lezioni al potente vicino
PAOLO MANZO
SAN PAOLO
Rodrigo Veloso ha 29 anni ed è uno dei tanti fenomeni del boom economico che sta trasformando il Brasile da Paese delle favelas a nuova frontiera dell’imprenditoria mondiale. Veloso non ha fatto fortuna con l’etanolo, come verrebbe da pensare, ma con 165 mila litri di acqua di cocco che hanno sommerso negli ultimi 14 mesi l’intero mercato statunitense. Un’onda incredibile che ha fatto della sua One Natural Experience un caso studiato nei corsi di economia. «Sì è vero – racconta Veloso, riuscendo a stento a contenere l’euforia – ne hanno parlato al corso di management del celebre Babson College, nel Massachusetts». Tra i clienti dell’acqua di cocco – una moda che ha sfidato il crollo dei consumi nel potente e invadente vicino, ora diventato terra di conquista – «c’è anche gente del calibro di Leonardo Di Caprio», sottolinea ancor più inorgoglito il giovane imprenditore. Un caso studiato, quello di Veloso, ma non isolato, punta dell’iceberg di un’entusiasmo collettivo che ha contagiato un intero Paese.
È il momento del Brasile. Il gigante latinoamericano trasforma in oro tutto quello che gli passa davanti. Dal settore immobiliare arriva la notizia che il gruppo inglese McCafferty Funding ha offerto la cifra record di 200 milioni di sterline per un lotto di terreno di neanche 20 mila metri quadrati in uno dei quartieri caldi di San Paolo, l’Itaim Bibi. La classe media, detta classe C, balla un po’ meno samba ma sta comprando auto a più non posso, va al ristorante e viaggia come mai in precedenza. Basta girare nelle più importanti città, da Brasilia a Rio de Janeiro, per rendersi conto della trasformazione. E i numeri parlano chiaro, come dimostra la recente promozione a «investement grade» delle agenzie di rating Standard & Poor’s e Fitch che hanno inserito per la prima volta nella sua storia il Brasile tra i paesi affidabili per investire.
Cosa c’è dietro il miracolo? Dal punto di vista economico un mix dosato di politiche monetarie restrittive e politiche fiscali volte all’inclusione sociale delle classi più povere, tradizionalmente escluse dal circuito dei consumi e dell’accesso al credito. Il risultato è che oggi in Brasile la crescita è al 6% annuo (nel primo trimestre 2008) e l’inflazione è appena al 4,5% annuale, sotto controllo seppur in lieve crescita. In un continente che ha visto aumenti dei prezzi a tre o quattro cifre, sembra una favola. La valuta locale, il real, si è apprezzata non solo nei confronti del declinante dollaro (più 120% negli ultimi cinque anni), ma anche del super euro (di oltre il 55% nello stesso periodo). La Bovespa, la borsa valori brasiliana, è passata dai 43 mila punti del marzo 2007 agli oltre 64 mila punti di oggi. Una performance senza paragoni per il Sud America, spiegata anche dall’incremento quantitativo e qualitativo degli investitori stranieri nel mercato azionario verde-oro.
E così mentre nella vicina Argentina la gente comune si sta affrettando a ritirare i propri risparmi dalle banche per timore di una nuova crisi come quella del 2001, qui la classe media fa a gara per investire il proprio danaro. Osania Longo, 25 anni, impiegata, sta comprando la sua prima auto, una Fiat Siena. Del resto la casa automobilistica torinese vende circa il 27% della sua produzione proprio in Brasile, dove lo stabilimento di Betim, a Minas Gerais, sta lavorando a pieno ritmo. «Ho potuto fare questo passo perché adesso le banche invece di ostacolare facilitano chi investe, anche in una macchina». Negli ultimi quattro anni i prestiti bancari sono più che raddoppiati garantendo all’intero sistema di crescere nel solo 2006 del 19%. Certo, gli interessi sono molto alti, circa il 13% l’anno, ma proprio per questo i nuovi consumatori prima di indebitarsi con mutui e pagamenti a rate ci pensano due volte. Ciò ha permesso sinora al Brasile di essere immune dalla crisi del credito che ha colpito gli Usa. Novità che Lula sottolinea in ogni occasione anche con frasi colorite, come quella rivolta di recente al suo omologo statunitense George Bush: «la crisi è tua figliolo, e te la devi risolvere tu».
Ma il salto più straordinario che il Brasile ha compiuto in questi ultimi mesi sorprendendo l’economia mondiale è forse il passaggio da paese debitore a creditore. Secondo i dati resi noti dalla Banca Centrale, il gigante sudamericano ha infatti nei suoi forzieri riserve in valuta straniera pari a 190 miliardi di dollari, mentre il totale dei debiti verso l’estero, per il settore privato e per quello pubblico, ammonta a 183 miliardi di dollari. Una rivoluzione resa possibile dalle esportazioni brasiliane, sempre di più e sempre più differenziate, dalle auto agli aerei, dagli elicotteri ai prodotti chimici, dai farmaci agli elettrodomestici. Senza dimenticare che il Brasile è anche tra i principali produttori di soia, succo d’arancia e caffè e l’esportatore numero uno al mondo di carne, minerali ferrosi e biocarburanti. E che grazie alle sue politiche energetiche alternative, con l’etanolo estratto dalla canna da zucchero che fornisce l’87 per cento del carburante consumato nel Paese, da tre anni il prezzo della benzina non è aumentato neanche di un centesimo.
Tutto bene dunque? Molto resta ancora da fare. La violenza negli ultimi anni ha trasformato alcune aree urbane in zone di guerra, l’Amazzonia solo ad aprile ha perso 1.123 chilometri quadrati di foresta, un’area pari a quella dell’intera Rio de Janeiro comprese le periferie; i poveri, su una popolazione di 190 milioni, sono 40 milioni. Sono queste le tre grandi sfide che oggi il Brasile deve vincere se vuole finalmente trasformarsi da paese dell’eterna speranza in una potenza mondiale riconosciuta.
Fonte:
La Stampa