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Anatocismo: Per i rimborsi la strada è in salita

Costi e tempi delle procedure giudiziarie potrebbero scoraggiare gran parte dei correntisti.

Tanto rumore per nulla? A suonare il campanello d’allarme circa la possibilità di recuperare effettivamente gli interessi anatocistici pagati alle banche, sono le stesse associazioni di consumatori. Che pure in questi anni non hanno mai mancato di levare gli scudi in difesa dei correntisti.

Non che non lo abbiano fatto anche in questa occasione. Anzi l’«Sos anatocismo» è stato lanciato mettendo a disposizione numeri verdi e vademecum online gratuiti per avviare le richieste di risarcimento e verificarne la convenienza. Ma la sentenza n. 21095/04, depositata il 4 novembre, con cui le Sezioni unite hanno chiarito che sono invalide anche clausole anatocistiche stipulate prima del ’99, sembra aprire meno spiragli di quanto si pensasse in un primo momento.

Secondo alcune associazioni, le richieste di restituzione degli interessi avrebbero potuto riguardare una platea di 10 milioni di correntisti e portare a un esborso complessivo, per le banche, di 20-30 miliardi di euro (2-3mila euro in media a risparmiatore). Ma le probabilità di ottenere il rimborso dei versamenti degli interessi indebitamente capitalizzati non sembrano così ampie. E, soprattutto, la convenienza del recupero deve essere attentamente valutata.

I costi per spese di onorari, perizie tecniche e contributo unificato potrebbero arrivare – stimano le associazioni dei consumatori – a 4-5mila euro (per quanto teoricamente compensabili alla fine della lite). Nessun rimborso facile, insomma. Anche perché l’invio di una semplice raccomandata al proprio istituto di credito, per chiedere l’accertamento di quanto eventualmente pagato in eccesso per l’applicazione di “interessi sugli interessi” dei conti in rosso, non sembra destinata a produrre risultati.

L’Abi del resto non cambia linea e, nonostante le proposte avanzate dalle associazioni dei consumatori di avviare tavoli di trattativa per definire almeno le piccole controversie, accorderà rimborsi solo a fronte di sentenze definitive di condanna. Perciò, ai titolari di conti correnti bancari che si ritengano “vittime” di interessi anatocistici (di fatto fino al 22 aprile 2000, quando è entrata in vigore la delibera del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio che ha imposto alle banche di calcolare interessi attivi e passivi con la stessa periodicità), non resta che prepararsi a un’azione legale e ai relativi tempi.

In assenza della class action (la cui legge istitutiva attende ancora il via libera del Senato), perciò, si dovrà citare in giudizio la banca con l’assistenza di un legale (se la richiesta non supera i 2.500 euro ci si potrà rivolgere a un giudice di pace, altrimenti si dovrà andare in tribunale). Come ricorda anche il vademecum delle associazioni, per evitare il rischio di rigetto, è opportuno allegare al ricorso una consulenza tecnico-contabile di parte sull’entità della domanda, realizzata da un esperto di fiducia (diffidando dagli speculatori che offrono consulenze, specie via Internet, senza adeguate garanzie). L’esperto dovrà, non solo ridefinire gli interessi, ma anche analizzare se siano stati rispettati il contratto stipulato, la normativa in vigore sull’usura e quella civilistica. Il tutto con costi che i risparmiatori che non hanno avuto lunghi e consistenti scoperti difficilmente vorranno sostenere. Al contrario, alla pronuncia delle Sezioni unite avranno maggiore convenienza a richiamarsi quei lavoratori autonomi e quelle Pmi che hanno subito danni dalla “moltiplicazione” degli interessi bancari e siano in difficoltà, per esempio, per intimazioni di rientro dallo scoperto.

Al riguardo Francesco Bellotti, vicepresidente di Confindustria e responsabile del Comitato per il credito alle Pmi, ha dichiarato ieri che il mondo delle imprese attende dalle banche un «chiaro segnale di disponibilità» ad affrontare e risolvere il problema senza dover fare ricorso ai tribunali.

Il Sole 24Ore
10 novembre 2004