{"id":26238,"date":"2009-01-09T00:00:00","date_gmt":"2009-01-09T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/dev.italcam.com.br\/noticia\/il-caro-greggio-si-scarica-sulle-imprese\/"},"modified":"2009-01-09T00:00:00","modified_gmt":"2009-01-09T00:00:00","slug":"il-caro-greggio-si-scarica-sulle-imprese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/italcam.com.br\/it\/il-caro-greggio-si-scarica-sulle-imprese\/","title":{"rendered":"Il caro-greggio si scarica sulle imprese"},"content":{"rendered":"<p>Margini sempre pi\u00f9 ridotti per limitare lo shock sui prezzi <\/p>\n<p>Offerta stretta. A differenza dei passati episodi di impennata del costo del petrolio, quando il rincaro ebbe natura &#8220;politica&#8221; di restrizione della produzione da parte del cartello dell\u2019Opec o di alcuni suoi membri, in questo hanno giocato un ruolo cruciale i fondamentali di domanda e offerta.<\/p>\n<p> La prima \u00e8 stata sostenuta in modo inatteso, per le proporzioni, dalla robustezza della ripresa globale, in particolare dallo sviluppo dirompente di Cina e India, che hanno un\u2019intensit\u00e0 energetica tripla rispetto ai Paesi industriali. La seconda ha dimostrato limiti insospettati, perch\u00e9 finora si pensava che vi fosse capacit\u00e0 estrattiva e di raffinazione sufficiente a mantenere, aprendo e chiudendo i rubinetti, la quotazione del greggio, entro una forchetta ragionevolmente ristretta. <\/p>\n<p>Invece, l\u2019incremento del prezzo \u00e8 stato alimentato dalla sempre pi\u00f9 diffusa convinzione che l\u2019offerta esistente e rapidamente attivabile non \u00e8 bastevole a tener dietro alla domanda mondiale (su questo punto si veda l\u2019analisi di Tommaso Monacelli, su lavoce.info); tanto pi\u00f9 che sono sorti dubbi riguardo alla dimensione dei giacimenti esistenti. <\/p>\n<p>Sicuramente, le incertezze geopolitiche hanno accresciuto la paura di scarsit\u00e0 d\u2019offerta, ma il loro effetto \u00e8 stato cos\u00ec rilevante solo perch\u00e9 \u00e8 intervenuto in un mercato teso; anzi, \u00e8 lo specchio di tale tensione. Nel lungo andare domanda e offerta si aggiusteranno, probabilmente ridimensionando gli attuali corsi. Ma intanto bisogna fare i conti con il prezzo odierno. Inflazione invisibile. <\/p>\n<p>L\u2019aspetto inedito pi\u00f9 interessante \u00e8 racchiuso nelle conseguenze dello shock. Dalle passate vicende avevamo imparato che il rincaro di un bene cos\u00ec pervasivo come l\u2019energia scatenava un rapido e ampio innalzamento della temperatura dell\u2019inflazione. Invece, dopo un anno di aumenti, e a ben vedere il rialzo \u00e8 cominciato in modo strisciante ben prima, di effetti sui prezzi al consumo, la misura ultima dell\u2019inflazione, se ne sono visti ben pochi.<\/p>\n<p> Guardando ai dati core,al netto cio\u00e8 di alimentari ed energetici, negli Usa si \u00e8 passati dall\u20191,2% del settembre 2003 all\u20191,7% dello scorso agosto, in Eurolandia dall\u20191,8% all\u20191,9% (a settembre). \u00c8 come se, tolto l\u2019impatto diretto legato a bollette e carburanti pi\u00f9 salati, il caro petrolio sparisse man mano che si scende, lungo le filiere produttive, dalle quotazioni internazionali ai cartellini dei beni di consumo.<\/p>\n<p> Per esempio, negli Stati Uniti partendo dal +86% di incremento del greggio, si va al +25,5% dei prezzi alla produzione di beni grezzi, al +7,8% degli intermedi, al +1,9% di quelli finali. Questi ultimi sono di beni di consumo; tutti escludono energia e alimentari, per valutare la dinamica inflazionistica di fondo. <\/p>\n<p>Quando si giunge al prezzo al dettaglio, il consumatore americano beneficia ancora di un calo (-1,1% su base annua), seppure dimezzato rispetto a dodici mesi fa (-2,4%). In Italia, si osserva qualcosa di analogo. Tra i prezzi alla produzione quelli dei beni semilavorati, tolti gli energetici, viaggiano al +6,5%, mentre quelli dei beni finali di consumo salgono dello 0,9% (dati di agosto); al dettaglio per gli stessi beni la temperatura \u00e8 poco pi\u00f9 alta: +1,2% in settembre, contro il +2,1% totale.<\/p>\n<p> Come nei giochi di prestigio del Mago Silvan, anche qui nulla veramente sparisce. Semplicemente, i produttori, a qualunque stadio della filiera, faticano a scaricare a valle l\u2019aumento dei costi. Subiscono una compressione dei margini e per ripristinarli mettono in moto processi di ristrutturazione che includono spesso la delocalizzazione. Come nel caso esemplare dell\u2019italiana Air Com, narrato da Carmine Fotina, sul \u00abSole 24 Ore\u00bb del 13 ottobre.<\/p>\n<p> A livello macroeconomico, questo vuol dire minor creazione di posti di lavoro e maggiori guadagni di produttivit\u00e0; ci\u00f2 contribuisce a spiegare, per esempio, la nuova ondata di licenziamenti e le ulteriori difficolt\u00e0 del mercato del lavoro in Usa. Mutato contesto. Rispetto agli anni 70 e ai primi anni 80, \u00e8 radicalmente cambiato il quadro in cui lo shock petrolifero si inserisce. Oggi \u00e8 assolutamente non inflazionistico, semmai tendenzialmente deflazionistico. <\/p>\n<p>Ci\u00f2 si deve alla moderazione del costo del lavoro, alla pi\u00f9 dura competizione internazionale, alla pervasivit\u00e0 delle nuove tecnologie informatiche, all\u2019innovazione e alla concorrenza nella distribuzione commerciale. In alcune nazioni europee agisce anche la fiacchezza della domanda, che tuttavia non \u00e8 il fattore determinante, come insegna ci\u00f2 che accade in America. \u00c8 mutato radicalmente il clima: oggi perfino in Italia nessuno giustificherebbe l\u2019aumento della fettina con lo shock petrolifero. Tutti i produttori hanno maggiore consapevolezza del rischio di perdere clientela e di uscire dal mercato. Bond o azioni? L\u2019assenza di rilevanti riflessi inflazionistici fa s\u00ec che lo shock non inneschi la reazione delle Banche centrali, che possono anzi tenere bassi i tassi di interesse e cos\u00ec continuare ad aiutare l\u2019economia. <\/p>\n<p>Il nuovo mondo in ci\u00f2 \u00e8 nettamente migliore di quello vecchio, perch\u00e9 evita conseguenze pi\u00f9 dolorose in termini di redistribuzione del reddito e di recessione. Tuttavia, come nel passato, anche oggi vengono premiati i Paesi e le imprese che pi\u00f9 rapidamente riescono a prendere le contromisure necessarie. Favoriti, quindi, appaiono i sistemi anglosassoni, pi\u00f9 flessibili. Penalizzati quelli, come l\u2019italiano, che pi\u00f9 dipendono dal petrolio per soddisfare il fabbisogno energetico. <\/p>\n<p>Uno scenario prolungato di bassi tassi appare propizio per i bond, mentre le azioni devono scontare i rischi di frenata della domanda e di erosione dei margini aziendali.  <\/p>\n<p>Il Sole 24 Ore<br \/>\n19\/10\/2004<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Margini sempre pi\u00f9 ridotti per limitare lo shock sui prezzi Offerta stretta. 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