{"id":26220,"date":"2009-01-09T00:00:00","date_gmt":"2009-01-09T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/dev.italcam.com.br\/noticia\/il-futuro-delle-imprese-italiane-nei-mercati-internazionali\/"},"modified":"2009-01-09T00:00:00","modified_gmt":"2009-01-09T00:00:00","slug":"il-futuro-delle-imprese-italiane-nei-mercati-internazionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/italcam.com.br\/it\/il-futuro-delle-imprese-italiane-nei-mercati-internazionali\/","title":{"rendered":"Il futuro delle imprese italiane nei mercati internazionali"},"content":{"rendered":"<p>di Beniamino Quintieri<\/p>\n<p>Da pi\u00f9 parti giungono spunti di riflessione, spesso preoccupanti, sul futuro delle imprese italiane nel nuovo contesto internazionale. D\u2019altro canto l\u2019apertura dei mercati, l\u2019abbattimento dei costi di collegamento e soprattutto l\u2019ingresso di nuovi paesi nello scenario internazionale non costituiscono a priori solo un fattore critico per il posizionamento dell\u2019industria italiana nei mercati esteri, ma anche un\u2019opportunit\u00e0 di crescita e riorganizzazione per le nostre imprese. <\/p>\n<p>Negli ultimi anni, va sottolineato, si \u00e8 assistito a un lento, ma progressivo, indebolimento della posizione del nostro paese nell\u2019economia mondiale. La quota del 2003 sulle esportazioni mondiali ha perso rispetto al 1996 quasi un punto percentuale (da 4,3% a 3,4% a prezzi costanti, da 4,7% a 3,8% a prezzi correnti), quella sugli investimenti diretti esteri in entrata circa mezzo punto (da 2,3% nel 1996 a 1,8% nel 2002 quella calcolata sugli IDE mondiali, da 3,4% a 2,8% quella riferita ai soli paesi industrializzati).<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 importante evidenziare tanto le opportunit\u00e0 quanto il dinamismo gi\u00e0 sperimentato dalle imprese italiane in relazione al nuovo contesto. L\u2019avvento di nuovi attori nel commercio internazionale ha rappresentato anche una chiara opportunit\u00e0 di crescita per le nostre imprese sia in termini di mercati finali che di approvvigionamento: dal 1996 ad oggi le esportazioni italiane verso i paesi di prossima adesione nell\u2019Ue sono pressoch\u00e9 raddoppiate. Nello stesso periodo le partecipazioni italiane in imprese situate nell\u2019Europa centro orientale sono aumentate di quasi 1000 unit\u00e0 (la quota dell\u2019area sul totale delle partecipazioni italiane all\u2019estero \u00e8 salita dal 21% al 29%).<\/p>\n<p>Dimensione aziendale<br \/>\nViene spesso citato il problema della dimensione internazionale delle imprese come fattore critico per il consolidamento e l\u2019espansione della presenza italiana sui mercati esteri: il concetto di dimensione aziendale \u00e8 tuttavia ampio e di non facile interpretazione. Per comprenderne le caratteristiche \u00e8 utile fare riferimento a due modalit\u00e0, concrete e misurabili, attraverso cui le imprese si rapportano ai mercati esterni: da un lato l\u2019esportazione di beni e servizi (internazionalizzazione commerciale), dall\u2019altro all\u2019internazionalizzazione produttiva che prevede anche la delocalizzazione di fasi della produzione in paesi esteri.<\/p>\n<p>In Italia le imprese con meno di 50 addetti costituiscono il 56,4 % dell\u2019industria manifatturiera: in Francia, Germania e Regno Unito la quota \u00e8 intorno al 30%. Per l\u2019Italia inoltre, le imprese con oltre 250 addetti costituiscono il 23% del totale, la met\u00e0 rispetto a Francia e Regno Unito, un terzo rispetto alla Germania. <\/p>\n<p>Su un totale di circa 176 mila imprese esportatrici, 140 mila di esse &#8211; con meno di 20 addetti- generano il 18 % dell\u2019export. All\u2019altro estremo poco pi\u00f9 di 800 imprese con pi\u00f9 di 500 addetti contribuiscono con il 31 %. In mezzo stanno dunque circa 35 mila imprese da cui origina pi\u00f9 di met\u00e0 delle nostre esportazioni. Attenuata, ma comunque significativa, questa peculiarit\u00e0 rimane presente anche nell\u2019internazionalizzazione produttiva. Delle 5.200 imprese italiane con partecipazioni all\u2019estero oltre il 50% possono essere definite piccole multinazionali, ossia con un numero di addetti in Italia inferiore a 50.<\/p>\n<p>Le ripercussioni<br \/>\nL\u2019elemento dimensionale ha necessariamente importanti ripercussioni sulla natura dell\u2019internazionalizzazione delle imprese italiane, spesso giudicata poco diffusa, debolmente strutturata in termini di volumi e radicamento nei mercati. Per quanto riguarda le esportazioni, le imprese italiane presentano alti tassi di volatilit\u00e0 sui mercati esteri, influenzati principalmente dall\u2019oscillazione della domanda locale e incapaci di assorbire gli shock del ciclo economico: solo un terzo degli operatori all\u2019export del 2002, per esempio, aveva esportato in maniera continuativa negli 8 anni precedenti. <\/p>\n<p>Nel caso degli investimenti esteri, i vincoli alla crescita si manifestano principalmente nella mancanza di risorse economiche, informative e gestionali per intraprendere iniziative di insediamento all\u2019estero, sottodimensionando l\u2019attivit\u00e0 internazionale del paese rispetto al potenziale: nel 2002 la quota degli stock di investimenti diretti esteri in uscita in percentuale del Pil era per l\u2019Italia del 16,1% (per Francia, Germania e Spagna rispettivamente del 46%, 29,1% e 33,1%).<\/p>\n<p>Sotto il profilo geografico, esportatori e investitori esteri presentano negli ultimi anni struttura e andamenti similari. Unione Europea e Europa Centro Orientale sono le due principali aree di vendite e investimento all\u2019estero: esse interessano rispettivamente il 58% e il 39% degli operatori all\u2019export, il 35% e il 19% delle partecipate estere. In queste aree la vicinanza geografica e la prossimit\u00e0 culturale alimentano fenomeni di internazionalizzazione diffusi soprattutto fra le piccole imprese: basti pensare che oltre il 50% degli operatori \u00e8 riconducibile a fatturati all\u2019export inferiori a 250mila euro. <\/p>\n<p>Dal lato degli investimenti diretti esteri, inoltre, queste due aree presentano un numero di addetti per impresa partecipata inferiore alla media. Asia Orientale e America Latina sono invece, in positivo e negativo, le aree attraversate dai maggiori cambiamenti.<br \/>\nLe caratteristiche del sistema produttivo italiano vengono spesso definite anomale rispetto agli altri paesi industriali. Il modello di specializzazione dell\u2019Italia \u00e8 ritenuto lento a trasformarsi e basato su vantaggi comparati in settori cosiddetti maturi, quindi caratterizzati da una modesta dinamicit\u00e0 della domanda, da intensit\u00e0 tecnologica medio bassa ed elevata elasticit\u00e0 rispetto ai prezzi. In termini di fatturato all\u2019export sul totale i settori a maggiore proiezione internazionale sono quelli della meccanica, dei mezzi di trasporto, dell\u2019industria tessile e abbigliamento. <\/p>\n<p>Ci\u00f2 ha reso le esportazioni del nostro paese pi\u00f9 esposte alla concorrenza dei paesi emergenti, sebbene come alcuni studi hanno recentemente confermato, le esportazioni del made in Italy, poich\u00e9 concentrate su fasce qualitative e di prezzo differenti, non sarebbero in realt\u00e0 direttamente in competizione con i prodotti di quei paesi. Di fatto negli ultimi anni le imprese italiane hanno perso la competitivit\u00e0 nelle fasce basse dei prodotti ed hanno concentrato le loro esportazioni in segmenti di prodotto di maggiore qualit\u00e0 e prezzo dove meno intensa \u00e8 la pressione concorrenziale di paesi come la Cina, agevolati anche dal tasso di cambio favorevole oltre che dai vantaggi di costo. <\/p>\n<p>La scomposizione settoriale delle partecipazioni estere nell\u2019industria manifatturiera sottolinea inoltre la capacit\u00e0 di reazione delle imprese italiane: meccanica e industria tessile sono anche fra i settori di maggior peso nella delocalizzazione (rispettivamente 13% e 16% delle partecipate estere).<\/p>\n<p>Dimensione territoriale<br \/>\nLa dimensione territoriale nell\u2019internazionalizzazione, commerciale e produttiva, ribadisce il dualismo fra nord e sud del paese. Oltre il 70% degli esportatori \u00e8 costituito da imprese settentrionali (alla sola Lombardia competono circa il 30% degli operatori all\u2019esportazione). <\/p>\n<p>Il Mezzogiorno in particolare \u00e8 caratterizzato dalla netta prevalenza di esportatori di piccola taglia, in ragione della specializzazione settoriale dell\u2019area meridionale, pi\u00f9 intensa in settori, per esempio l\u2019agroalimentare, a minore vocazione internazionale e contraddistinti da un\u2019elevata frammentazione dell\u2019offerta. Anche sul lato dell\u2019internazionalizzazione produttiva le imprese multinazionali a base italiana presentano un\u2019elevata concentrazione territoriale: oltre i due terzi originano da quattro regioni del nord: Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.<\/p>\n<p>La relativamente scarsa propensione alla crescita dimensionale delle imprese rappresenta forse l\u2019ostacolo maggiore allo sviluppo di vantaggi comparati dinamici. La forte specializzazione (nicchia di prodotti) e l\u2019elevata flessibilit\u00e0 sono certamente punti di forza, ma devono accompagnarsi a strategie di differenziazione dei mercati ed insieme al radicamento su quelli pi\u00f9 importanti e dinamici, il che presuppone un sempre pi\u00f9 robusto polmone finanziario ed organizzativo per fare investimenti in promozione dell\u2019immagine, rete distributiva e assistenza post-vendita alla clientela. <\/p>\n<p>Vi \u00e8 una correlazione positiva tra produttivit\u00e0 e dimensione media dell\u2019impresa: negli ultimi anni il tasso di crescita medio annuo della produttivit\u00e0 delle grandi imprese \u00e8 stato quasi doppio rispetto a quello delle imprese di minore dimensione.<\/p>\n<p>Le opportunit\u00e0<br \/>\nAlla crescita dimensionale delle imprese si associa una maggiore probabilit\u00e0 di diventare esportatrici: le imprese pi\u00f9 grandi possono avvalersi di finanziamenti a costi pi\u00f9 bassi, dei benefici derivanti dagli acquisti in blocco, della possibilit\u00e0 di disporre di proprie filiali di vendita, oltre che di una maggiore capacit\u00e0 di assumersi rischi e intraprendere nuove iniziative grazie alla maggiore diversificazione delle attivit\u00e0. La capacit\u00e0 di penetrare nei mercati esteri si fonda infatti su un\u2019efficienza gi\u00e0 acquisita e la dimensione \u00e8 proprio una delle principali determinanti di tale differenziale di efficienza e capacit\u00e0. \u00c8 infatti all\u2019aumentare delle dimensioni di impresa che i flussi di esportazione assumono maggiore rilevanza. <\/p>\n<p>Si determina cos\u00ec un processo circolare tra la capacit\u00e0 di entrare nel mercato estero affrontando i relativi costi e la possibilit\u00e0 di ottenere ulteriori vantaggi di produttivit\u00e0, profitto e occupazione connessi all\u2019export. Un forte differenziale di efficienza normalmente premia infatti le imprese esportatrici rispetto alle altre e questo gap diventa tanto pi\u00f9 evidente quanto maggiore \u00e8 la loro esposizione estera.<\/p>\n<p>Rinnovamento<br \/>\nIndubbiamente nel decennio scorso l\u2019economia italiana ha affrontato un processo di apertura e di trasformazioni assai rapido: l\u2019apertura, in termini di rimozione di ostacoli agli scambi ha interessato tanto le transazioni di beni e servizi quanto quelle finanziarie, favorita peraltro dalla diffusione di nuove tecnologie che hanno ridotto l\u2019incidenza dei costi di trasporto e della distanza geografica. <\/p>\n<p>Negli ultimi anni l\u2019economia italiana ha dovuto affrontare gli inevitabili costi che la maggiore esposizione alla concorrenza internazionale e l\u2019accresciuta complessit\u00e0 ha comportato. Questi cambiamenti determinano oggi l\u2019esigenza di un rinnovamento del sistema produttivo nazionale, rinnovamento, peraltro, reso necessario dalla crescente competizione internazionale.<\/p>\n<p>Se in un primo tempo, infatti, l\u2019inseguimento delle economie emergenti, in termini di posizioni di mercato, \u00e8 stato favorito soprattutto dal basso costo degli input, rapidamente a questi fattori competitivi si sono aggiunti miglioramenti di produttivit\u00e0 e della qualit\u00e0 come dimostra il fortissimo incremento delle loro quote non solo nei prodotti di consumo ma anche nei settori ad elevata intensit\u00e0 di innovazione.<\/p>\n<p>Per i produttori italiani la sfida da cogliere \u00e8 quella di affrontare la complessit\u00e0, attrezzarsi innovando continuamente prodotti e processi produttivi, rafforzare i propri punti critici a monte e a valle del processo produttivo e, quindi, aprirsi alle varie forme di partnership con imprese di altri paesi, intensificare gli investimenti nei settori della ricerca e sviluppo, nel design, nel marketing e nella distribuzione, nell\u2019assistenza alla clientela. <\/p>\n<p>Appare cruciale a questo scopo colmare il ritardo relativamente alla spesa per R&#038;S in rapporto al prodotto interno lordo dell\u2019Italia che risulta tra i pi\u00f9 bassi tra i paesi europei (1,10% contro valori intorno al 2% di Francia, Germani, Paesi Bassi).<br \/>\nLa competitivit\u00e0 di ci\u00f2 che viene definito \u201csistema-paese\u201d \u00e8 un obiettivo complesso, il cui raggiungimento richiede gli sforzi complementari di tutti gli attori economici e istituzionali, soprattutto in un contesto di profondi e rapidi mutamenti, come quello attuale.<\/p>\n<p>Ordine Dottori Commercialisti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Beniamino Quintieri Da pi\u00f9 parti giungono spunti di riflessione, spesso preoccupanti, sul futuro delle imprese italiane nel nuovo contesto internazionale. 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