{"id":25182,"date":"2009-01-09T00:00:00","date_gmt":"2009-01-09T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/dev.italcam.com.br\/noticia\/litalia-nelleconomia-internazionale\/"},"modified":"2009-01-09T00:00:00","modified_gmt":"2009-01-09T00:00:00","slug":"litalia-nelleconomia-internazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/italcam.com.br\/it\/litalia-nelleconomia-internazionale\/","title":{"rendered":"L&#8217;Italia nell&#8217;economia internazionale"},"content":{"rendered":"<p>Secondo il Rapporto ICE 2005 &#8211; 2006 &#8220;L\u2019Italia nell\u2019economia internazionale&#8221; l\u2019area dell\u2019euro, nell\u2019ultimo biennio, ha visto una moderata crescita dell\u2019attivit\u00e0 produttiva. In Italia, per\u00f2, la fase di ristagno iniziata nel 2001 si \u00e8 aggravata. Fortunatamente quest\u2019anno si intravedono segnali di recupero e il divario con la media UE potrebbe ridursi.<\/p>\n<p>L\u2019ulteriore ampliamento del disavanzo corrente dell\u2019Italia nel 2005 \u00e8 dovuto principalmente al rincaro delle materie prime. \u00c8 peggiorato anche il saldo dei servizi, ma si \u00e8 attenuato il deficit dei redditi da capitale.<\/p>\n<p>Malgrado il lieve deprezzamento reale subito dall\u2019euro rispetto alla media delle altre valute, il volume delle esportazioni italiane nel 2005 \u00e8 diminuito e la loro quota di mercato mondiale ha subito un\u2019ulteriore flessione, a prezzi costanti e correnti.<\/p>\n<p>Il successo dei paesi emergenti spiega solo in parte questo cedimento, che si \u00e8 manifestato anche rispetto agli altri paesi dell\u2019area dell\u2019euro.<br \/>\n\u00c8 invece leggermente salita la quota dell\u2019Italia sulle esportazioni mondiali di servizi, che tuttavia aveva subito nel decennio precedente una flessione ancora pi\u00f9 marcata di quella della quota mercantile.<\/p>\n<p>Come spiegare la forte crescita dei valori unitari delle esportazioni italiane, malgrado l\u2019apprezzamento dell\u2019euro e la pressione competitiva dei paesi emergenti?<\/p>\n<p>Nella misura in cui i valori unitari riflettono i prezzi, tale anomalia potrebbe spiegarsi con un maggior potere di mercato di alcune imprese italiane, basato su fattori qualitativi di competitivit\u00e0, in un contesto in cui la dinamica della domanda estera, assai superiore a quella della domanda interna, potrebbe aver attenuato la necessit\u00e0 di difendere le quote di mercato comprimendo i profitti. <\/p>\n<p>Una parte delle imprese italiane sta spostando con successo le proprie esportazioni verso fasce qualitative superiori, meno vulnerabili alla concorrenza dei paesi emergenti. <\/p>\n<p>Altre produzioni, a pi\u00f9 basso valore unitario, vengono probabilmente dislocate all\u2019estero, tramite IDE o altre forme di internazionalizzazione.<br \/>\nInfine si pu\u00f2 ipotizzare che la liberalizzazione degli scambi stia determinando la fuoriuscita dai mercati esteri delle imprese pi\u00f9 vulnerabili alla concorrenza dei paesi emergenti, ovvero un processo virtuoso di selezione delle imprese pi\u00f9 produttive e innovative, con conseguente innalzamento del valore medio delle esportazioni.<\/p>\n<p>La contropartita di questo innalzamento dei valori unitari, anche rispetto agli altri paesi dell\u2019area dell\u2019euro, \u00e8 una riduzione delle quantit\u00e0 relative e dunque della quota di mercato delle esportazioni italiane. <\/p>\n<p>All\u2019indebolimento dell\u2019economia italiana sui mercati internazionali concorre anche la sua scarsa capacit\u00e0 di attrarre investimenti dall\u2019estero.<\/p>\n<p>Il problema non riguarda tanto gli IDE motivati dalla ricerca di manodopera a basso costo, sui quali l\u2019Italia non pu\u00f2 competere con i paesi emergenti e che hanno un ruolo decisivo nel successo delle loro esportazioni. Lo scarso interesse delle multinazionali per il sistema italiano si estende anche agli IDE finalizzati a migliorare l\u2019accesso ai mercati europei, o a quelli suscitati dall\u2019obiettivo di assorbire conoscenze tecnologiche. <\/p>\n<p>Le ragioni di questo problema sono molte e tendono a coincidere con l\u2019insieme di fattori strutturali che frenano anche l\u2019accumulazione di capitale interna. Tuttavia, un ruolo specifico spetta alle barriere protezioniste, che anche in Italia limitano gli investimenti dall\u2019estero, soprattutto nel settore dei servizi.<\/p>\n<p>Aree e principali paesi<\/p>\n<p>Il deterioramento del saldo commerciale dell\u2019Italia nel 2005 si \u00e8 manifestato soprattutto verso le aree da cui essa importa materie prime (Nord Africa, Medio Oriente, Europa orientale), nonch\u00e9 nei confronti dell\u2019Asia. <\/p>\n<p>Sono invece migliorati leggermente i saldi con le Americhe e con l\u2019Unione Europea, malgrado il peggioramento di quelli con la Germania e con i nuovi paesi membri.<\/p>\n<p>Sulle importazioni italiane ha continuato a crescere l\u2019incidenza, oltre che dei fornitori di materie prime (Africa, Medio Oriente, Russia), dell\u2019Asia e dei nuovi paesi membri dell\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p>La dinamica delle esportazioni italiane \u00e8 stata molto differenziata per aree, con tassi di crescita elevati in America Latina, Medio Oriente, Europa orientale, Asia centro-meridionale e Africa sub-sahariana, discreti in America settentrionale, ma assai modesti nell\u2019Unione Europea e in Asia orientale. <\/p>\n<p>La flessione delle quote di mercato \u00e8 stata invece generalizzata (tra i principali paesi fa eccezione la Russia, dove la quota \u00e8 rimasta invariata), e particolarmente forte nell\u2019Unione Europea, in Medio Oriente e in Nord Africa. Occorre comunque rilevare che perdite analoghe hanno subito nelle diverse aree anche i maggiori paesi industrializzati, a vantaggio sia della Cina e dei nuovi concorrenti, che dei produttori di materie prime.<\/p>\n<p>Le partecipazioni italiane in imprese estere appaiono fortemente concentrate nell\u2019Unione Europea a 15.<\/p>\n<p>La crescita pi\u00f9 marcata del fatturato si \u00e8 avuta per\u00f2 in Europa centro-orientale e in Asia orientale, dove le forniture delle imprese partecipate sono presumibilmente rivolte non soltanto ai mercati locali, ma anche e forse soprattutto a quelli dei paesi sviluppati, con possibili effetti di sostituzione delle esportazioni italiane; del resto, gli acquisti da queste filiali, inclusi quelli effettuati dalle case madri, possono aver contribuito al sostenuto incremento delle importazioni dalle stesse aree. <\/p>\n<p>Le multinazionali presenti in Italia provengono prevalentemente da altri paesi sviluppati (Europa occidentale, Nord America, Giappone). Tuttavia, \u00e8 aumentato considerevolmente il fatturato realizzato in Italia da multinazionali dei paesi emergenti dell\u2019Asia orientale, a conferma della loro recente capacit\u00e0 di espansione.<\/p>\n<p>I settori<\/p>\n<p>Nel 2005, come gi\u00e0 nell\u2019anno precedente, il peggioramento del disavanzo commerciale dell\u2019Italia \u00e8 dipeso essenzialmente dal dilatarsi del deficit energetico, che ha superato i 40 miliardi di euro.<br \/>\nNel complesso, le variazioni dei saldi settoriali sembrano configurare la ricerca di nuovi assetti nel modello di specializzazione internazionale dell\u2019economia italiana.<\/p>\n<p>Data la crisi nelle produzioni manifatturiere tradizionali e nel turismo, in corso da molti anni, i vantaggi comparati si concentrano sempre di pi\u00f9 nella meccanica strumentale, mentre sembra attenuarsi leggermente la debolezza commerciale in alcuni settori dell\u2019industria e del terziario a forti economie di scala e ad alta intensit\u00e0 di conoscenze. <\/p>\n<p>La stagnazione dell\u2019attivit\u00e0 produttiva si \u00e8 tradotta in una caduta delle quantit\u00e0 importate, particolarmente forte nei derivati del petrolio, nella meccanica, nella metallurgia e in altri settori che producono beni intermedi. <\/p>\n<p>Sono invece aumentate considerevolmente le importazioni di beni di consumo per la persona e soprattutto per la casa.<br \/>\n\u00c8 ragionevole ipotizzare che si tratti in qualche misura di produzioni realizzate da affiliate estere di imprese italiane, o da imprese straniere ad esse legate da accordi di collaborazione industriale.<\/p>\n<p>Va inoltre sottolineato che l\u2019aumento delle importazioni di prodotti tessili e dell\u2019abbigliamento (2,9 per cento) \u00e8 risultato in media annua assai inferiore a quanto poteva far pensare il clamore suscitato dai primi effetti dello smantellamento dell\u2019Accordo Multifibre, anche in conseguenza delle misure di protezione temporanea adottate dall\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p>La flessione delle quantit\u00e0 esportate ha coinvolto quasi tutti i settori e in particolare l\u2019abbigliamento, gli elettrodomestici, i mobili e le calzature.<br \/>\nIn controtendenza, sono aumentate le esportazioni di prodotti alimentari, farmaceutici, derivati del petrolio e di altri settori caratterizzati da una maggiore incidenza di grandi imprese (tubi in ferro e acciaio e una parte dell\u2019industria elettronica).<\/p>\n<p>Con qualche eccezione, si pu\u00f2 nel complesso affermare che negli ultimi anni le quote di mercato delle esportazioni italiane hanno subito i cedimenti pi\u00f9 vistosi nei prodotti finiti tipici del made in Italy, mentre si sono consolidate nei beni intermedi e nei beni d\u2019investimento legati a tali produzioni. <\/p>\n<p>Segno anche questo di un\u2019evoluzione del modello di specializzazione delle esportazioni che passa attraverso lo spostamento all\u2019estero di alcune fasi dei processi produttivi.<\/p>\n<p>Nei settori di punta del made in Italy, infatti, le vendite delle affiliate estere di imprese italiane sono aumentate negli ultimi anni pi\u00f9 rapidamente delle esportazioni, avvalorando l\u2019ipotesi che in qualche misura le imprese italiane abbiano sostituito le une alle altre.<br \/>\nNon si tratterebbe tanto di una sostituzione diretta sui mercati nei quali sono stati realizzati investimenti esteri, dove anzi potrebbero prevalere rapporti di complementariet\u00e0 con le esportazioni di beni intermedi e d\u2019investimento, quanto dei casi in cui gli investimenti sono stati realizzati in paesi emergenti usati come \u201cpiattaforma di esportazione\u201d per i mercati dei paesi sviluppati, che prima venivano serviti direttamente dall\u2019Italia.<\/p>\n<p>Da sottolineare anche i cambiamenti in corso nel settore dei servizi, dove il peggioramento del saldo, dovuto essenzialmente al turismo, si \u00e8 accompagnato a un guadagno di quota sulle esportazioni mondiali.<br \/>\nVi hanno contribuito soprattutto i servizi alle imprese, inclusi quelli tra imprese collegate, presumibilmente associati a processi di frammentazione internazionale delle attivit\u00e0 produttive.<\/p>\n<p>Il ruolo delle Regioni<\/p>\n<p>Nel 2005 il contributo del Mezzogiorno e dell\u2019Italia nord-occidentale alle esportazioni nazionali \u00e8 aumentato in misura significativa. Il guadagno del Mezzogiorno \u00e8 integralmente riconducibile alle regioni insulari che, essendo specializzate nella raffinazione dei prodotti petroliferi, hanno beneficiato del forte rincaro del greggio sui mercati internazionali.<\/p>\n<p>Il miglioramento dell\u2019Italia nord-occidentale \u00e8 scaturito prevalentemente dal recupero della Lombardia, sia in alcuni settori tradizionali (calzature e mobili), sia nella chimica e nell\u2019elettronica. <\/p>\n<p>Anche nelle esportazioni di servizi la Lombardia ha ulteriormente accresciuto la sua quota sul totale nazionale.<\/p>\n<p>La cosiddetta \u201cterza Italia\u201d, che include il Nord-Est e il Centro, appare invece in difficolt\u00e0. In particolare, le forti perdite subite nell\u2019ultimo quinquennio dal Veneto e dalla Toscana nei beni di consumo tradizionali e dal Lazio nella chimica e nell\u2019elettronica non sono state completamente compensate dall\u2019avanzata dell\u2019Emilia-Romagna, basata soprattutto sui successi conseguiti negli autoveicoli e nella meccanica, inclusi gli elettrodomestici.<\/p>\n<p>Il cedimento del Veneto potrebbe essere stato favorito anche dagli intensi processi di delocalizzazione produttiva, nella misura in cui le produzioni realizzate all\u2019estero dalle imprese venete (o per loro conto) abbiano sostituito flussi di esportazioni che partivano dalla regione.<\/p>\n<p>Le imprese<\/p>\n<p>A partire dal 1998 il numero delle imprese esportatrici italiane \u00e8 sempre aumentato, anche in presenza di andamenti poco brillanti del valore delle loro vendite all\u2019estero. <\/p>\n<p>Il 2005 in particolare ha fatto registrare un aumento degli esportatori vicino al 5 per cento, il tasso di crescita massimo da almeno un decennio.<\/p>\n<p>La base imprenditoriale delle esportazioni italiane tende dunque ad ampliarsi, riflettendo la crescente integrazione dei mercati internazionali.<\/p>\n<p>Al tempo stesso emergono segni di un suo consolidamento dimensionale. I dati sul valore delle esportazioni per classi di fatturato estero delle imprese confermano nel 2005 la tendenza di lungo periodo alla riduzione del peso delle piccole imprese.<br \/>\nFra il 1996 e il 2004, ultimo anno per cui sono disponibili statistiche per classi di addetti, la quota delle imprese con meno di 50 occupati sulle esportazioni italiane \u00e8 scesa di oltre tre punti percentuali.<\/p>\n<p>Lo sviluppo delle piccole multinazionali sembra principalmente una risposta a problemi di competitivit\u00e0 sui mercati internazionali. Le imprese con meno di 50 addetti hanno infatti perso quote sulle esportazioni italiane in tutte le principali aree, mentre hanno guadagnato in termini di internazionalizzazione produttiva in regioni dove gli insediamenti sono pi\u00f9 direttamente legati a logiche di contenimento dei costi, come l\u2019Asia orientale e i paesi del Mediterraneo. <\/p>\n<p>Le altre classi dimensionali di imprese hanno invece rafforzato la loro quota sulle esportazioni sia nei paesi sviluppati (in particolare in America del Nord per le medie imprese), sia nelle aree emergenti (Asia orientale e Africa settentrionale per le grandi). <\/p>\n<p>Riguardo all\u2019internazionalizzazione produttiva, le medie imprese hanno mantenuto una forte presenza relativa in Europa centrale e orientale, ma hanno assunto maggior peso anche nei paesi dell\u2019Unione Europea a 15, grazie ad un aumento delle iniziative finalizzate a migliorare l\u2019accesso ai mercati. <\/p>\n<p>In ogni modo, il grado di diversificazione geografica delle attivit\u00e0 internazionali delle imprese italiane \u00e8 aumentato, sia nelle esportazioni che nelle partecipazioni in imprese estere.<\/p>\n<p>La sintesi del Rapporto:<\/p>\n<p>http:\/\/www.ice.gov.it\/editoria\/rapporto\/sintesi.pdf<\/p>\n<p>Fonte:<br \/>\nORIUNDI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Secondo il Rapporto ICE 2005 &#8211; 2006 &#8220;L\u2019Italia nell\u2019economia internazionale&#8221; l\u2019area dell\u2019euro, nell\u2019ultimo biennio, ha visto una moderata crescita dell\u2019attivit\u00e0 produttiva. 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