Eurolandia, un difficile risveglio
L’area dell’euro ha incomiciato a muoversi, anche se a ritmi appena avvertibili, dopo tre anni di stagnazione. Ma si tratta di una ripresa ancora debole, trainata da fattori esogeni e negativamente influenzata dal cambio sfavorevole del dollaro. La domanda interna continua a deludere e pesano i problemi strutturali, che accrescono l’incertezza.
di Michele De Gaspari
Al giro di boa del primo trimestre 2004, la fase di ristagno dell’economia di Eurolandia, ancora una volta in sensibile ritardo ciclico, non può dirsi completamente superata. La ripresa è tuttavia ripartita, anche se a basso regime; e il suo passo dovrebbe accelerare con gradualità nella seconda metà di quest’anno, sull’onda dell’atteso miglioramento del clima di fiducia delle famiglie e delle imprese, sia industriali che di servizi. Nell’area dell’euro la crescita del Pil risalirebbe così dal deludente +0,4% messo a segno nel 2003 all’1,5-1,7% medio previsto per l’anno in corso. Nel primo semestre 2004, in particolare, l’aumento tendenziale del Pil è stimato intorno all’1%, con un moderato progresso da un trimestre all’altro.
Alla maggiore vivacità dei consumi delle famiglie si accompagnerà la spinta proveniente dalla domanda mondiale – le grandi aree extraeuropee, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Cina, stanno procedendo a una velocità ben più sostenuta – che dovrebbe compensare la perdità di competitività di prezzo dell’intera eurozona. Il fattore decisivo sarà, peraltro, rappresentato dal risveglio degli investimenti, favoriti dall’aumento della domanda estera e dalle condizioni di finanziamento, con i tassi d’interesse sempre vicini ai loro minimi storici.
Se i segnali di accelerazione dell’economia mondiale si vanno via via rafforzando, le prospettive della ripresa in Europa continuano, però, a essere legate all’andamento dell’euro. La moneta unica, dopo un fase di forti oscillazioni, ha raggiunto tra gennaio e febbraio i suoi livelli massimi (sfiorando quota 1,30) e ha, poi, moderatamente ripiegato (fino a poco sotto 1,20) nelle settimane successive. Sulla congiuntura internazionale di medio termine pesa, del resto, la minaccia degli squilibri dell’economia americana – il deficit pubblico e quello della bilancia dei pagamenti correnti – che fanno della valuta europea il vero ostaggio di questa situazione di potenziale instabilità.
La domanda estera condiziona la ripresa
Un’eccessiva rivalutazione dell’euro è, dunque, preoccupante per l’impatto che può avere sulle esportazioni e, di conseguenza, sulla tenuta della ripresa. L’evoluzione del cambio con il dollaro diventa così il principale fattore di rischio di questo scenario, che vedrebbe ulteriormente rafforzato il quadro di dipendenza dall’economia statunitense. Un apprezzamento della moneta europea ben oltre le attese di stabilizzazione su livelli sostenibili (1,05-1,10) e, soprattutto, con caratteristiche persistenti ridurrebbe in misura significativa l’effetto traino della componente estera. Senza un consistente rilancio della domanda interna, le stime di crescita per il 2004 subirebbero in tal caso una correzione al ribasso.
L’evoluzione della moneta unica, legata all’economia americana, viene così ad assumere una cruciale rilevanza per le prospettive delle esportazioni, dell’inflazione e dei tassi ufficiali d’interesse, condizionando gran parte del processo di ripresa. L’inflazione non dovrebbe granché discostarsi dal 2% nei prossimi mesi, a causa di una serie di fattori su cui la politica monetaria della Banca centrale europea non ha alcun effetto: il prezzo del petrolio e quello delle materie prime industriali, insieme ai ritocchi delle imposte indirette. Si tratta, peraltro, di fenomeni temporanei, che ostacolano in ogni caso un rapido rientro dell’inflazione, com’era nelle previsioni dello scorso autunno.
Se il trend discendente del dollaro dovesse riprendere a medio termine, ciò determinerebbe gravi problemi per i paesi dell’area euro, che puntano sul commercio estero più che sulla domanda interna per dare impulso alla ripresa ciclica. L’Europa, infatti, difficilmente può sostenere una politica espansiva varando robuste manovre fiscali, se si tiene conto dei vincoli pur attenuati, ma tuttora operanti, del Patto di stabilità. E non sono nemmeno ipotizzabili da parte della Bce ulteriori interventi al ribasso, se non in misura simbolica, sui tassi d’interesse a breve, ormai scesi a zero in termini reali (e pertanto ininfluenti sulla domanda aggregata). Un dollaro tornato troppo debole, per contro, rischia di mettere alle corde l’industria europea, con effetti negativi anche sul resto del mondo.
Il Sole 24Ore 15 aprile 2004