Il caro-greggio si scarica sulle imprese
Margini sempre più ridotti per limitare lo shock sui prezzi
Offerta stretta. A differenza dei passati episodi di impennata del costo del petrolio, quando il rincaro ebbe natura “politica” di restrizione della produzione da parte del cartello dell’Opec o di alcuni suoi membri, in questo hanno giocato un ruolo cruciale i fondamentali di domanda e offerta.
La prima è stata sostenuta in modo inatteso, per le proporzioni, dalla robustezza della ripresa globale, in particolare dallo sviluppo dirompente di Cina e India, che hanno un’intensità energetica tripla rispetto ai Paesi industriali. La seconda ha dimostrato limiti insospettati, perché finora si pensava che vi fosse capacità estrattiva e di raffinazione sufficiente a mantenere, aprendo e chiudendo i rubinetti, la quotazione del greggio, entro una forchetta ragionevolmente ristretta.
Invece, l’incremento del prezzo è stato alimentato dalla sempre più diffusa convinzione che l’offerta esistente e rapidamente attivabile non è bastevole a tener dietro alla domanda mondiale (su questo punto si veda l’analisi di Tommaso Monacelli, su lavoce.info); tanto più che sono sorti dubbi riguardo alla dimensione dei giacimenti esistenti.
Sicuramente, le incertezze geopolitiche hanno accresciuto la paura di scarsità d’offerta, ma il loro effetto è stato così rilevante solo perché è intervenuto in un mercato teso; anzi, è lo specchio di tale tensione. Nel lungo andare domanda e offerta si aggiusteranno, probabilmente ridimensionando gli attuali corsi. Ma intanto bisogna fare i conti con il prezzo odierno. Inflazione invisibile.
L’aspetto inedito più interessante è racchiuso nelle conseguenze dello shock. Dalle passate vicende avevamo imparato che il rincaro di un bene così pervasivo come l’energia scatenava un rapido e ampio innalzamento della temperatura dell’inflazione. Invece, dopo un anno di aumenti, e a ben vedere il rialzo è cominciato in modo strisciante ben prima, di effetti sui prezzi al consumo, la misura ultima dell’inflazione, se ne sono visti ben pochi.
Guardando ai dati core,al netto cioè di alimentari ed energetici, negli Usa si è passati dall’1,2% del settembre 2003 all’1,7% dello scorso agosto, in Eurolandia dall’1,8% all’1,9% (a settembre). È come se, tolto l’impatto diretto legato a bollette e carburanti più salati, il caro petrolio sparisse man mano che si scende, lungo le filiere produttive, dalle quotazioni internazionali ai cartellini dei beni di consumo.
Per esempio, negli Stati Uniti partendo dal +86% di incremento del greggio, si va al +25,5% dei prezzi alla produzione di beni grezzi, al +7,8% degli intermedi, al +1,9% di quelli finali. Questi ultimi sono di beni di consumo; tutti escludono energia e alimentari, per valutare la dinamica inflazionistica di fondo.
Quando si giunge al prezzo al dettaglio, il consumatore americano beneficia ancora di un calo (-1,1% su base annua), seppure dimezzato rispetto a dodici mesi fa (-2,4%). In Italia, si osserva qualcosa di analogo. Tra i prezzi alla produzione quelli dei beni semilavorati, tolti gli energetici, viaggiano al +6,5%, mentre quelli dei beni finali di consumo salgono dello 0,9% (dati di agosto); al dettaglio per gli stessi beni la temperatura è poco più alta: +1,2% in settembre, contro il +2,1% totale.
Come nei giochi di prestigio del Mago Silvan, anche qui nulla veramente sparisce. Semplicemente, i produttori, a qualunque stadio della filiera, faticano a scaricare a valle l’aumento dei costi. Subiscono una compressione dei margini e per ripristinarli mettono in moto processi di ristrutturazione che includono spesso la delocalizzazione. Come nel caso esemplare dell’italiana Air Com, narrato da Carmine Fotina, sul «Sole 24 Ore» del 13 ottobre.
A livello macroeconomico, questo vuol dire minor creazione di posti di lavoro e maggiori guadagni di produttività; ciò contribuisce a spiegare, per esempio, la nuova ondata di licenziamenti e le ulteriori difficoltà del mercato del lavoro in Usa. Mutato contesto. Rispetto agli anni 70 e ai primi anni 80, è radicalmente cambiato il quadro in cui lo shock petrolifero si inserisce. Oggi è assolutamente non inflazionistico, semmai tendenzialmente deflazionistico.
Ciò si deve alla moderazione del costo del lavoro, alla più dura competizione internazionale, alla pervasività delle nuove tecnologie informatiche, all’innovazione e alla concorrenza nella distribuzione commerciale. In alcune nazioni europee agisce anche la fiacchezza della domanda, che tuttavia non è il fattore determinante, come insegna ciò che accade in America. È mutato radicalmente il clima: oggi perfino in Italia nessuno giustificherebbe l’aumento della fettina con lo shock petrolifero. Tutti i produttori hanno maggiore consapevolezza del rischio di perdere clientela e di uscire dal mercato. Bond o azioni? L’assenza di rilevanti riflessi inflazionistici fa sì che lo shock non inneschi la reazione delle Banche centrali, che possono anzi tenere bassi i tassi di interesse e così continuare ad aiutare l’economia.
Il nuovo mondo in ciò è nettamente migliore di quello vecchio, perché evita conseguenze più dolorose in termini di redistribuzione del reddito e di recessione. Tuttavia, come nel passato, anche oggi vengono premiati i Paesi e le imprese che più rapidamente riescono a prendere le contromisure necessarie. Favoriti, quindi, appaiono i sistemi anglosassoni, più flessibili. Penalizzati quelli, come l’italiano, che più dipendono dal petrolio per soddisfare il fabbisogno energetico.
Uno scenario prolungato di bassi tassi appare propizio per i bond, mentre le azioni devono scontare i rischi di frenata della domanda e di erosione dei margini aziendali.
Il Sole 24 Ore
19/10/2004