Svolta hi-tech per i distretti
In Italia soltanto il 7% degli occupati è impiegato nei settori a elevato livello tecnologico
MILANO • L’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, spinge l’Italia per un «radicale aggiornamento tecnologico» dei suoi distretti industriali». L’ente internazionale, che rappresenta i 30 Paesi più ricchi e industrializzati del pianeta, pubblica oggi un rapporto che il «Sole-24 Ore» è in grado di anticipare, sulla «Diffusione dell’Ict nelle imprese italiane».
«Lo studio promuove la strategia di indirizzo del Governo italiano e del ministero per l’Innovazione e le tecnologie in materia ma ne chiede altresì il rafforzamento nel tempo per incoraggiare le aziende a muoversi verso modelli di produzione più sofisticati e competitivi», afferma Graham Vickery, responsabile del rapporto Ocse. «Promuovere la diffusione e l’uso delle Ict è diventato una priorità dell’agenda governativa — dice il rapporto — e l’esecutivo italiano ha preso numerose misure per raddrizzare la situazione nonostante le ristrettezze del bilancio pubblico».
Ma occorre fare di più per fronteggiare «l’accresciuta competizione internazionale, specialmente dei Paesi asiatici, che sono particolarmente agguerriti nei settori chiave in cui le aziende italiane una volta eccellevano».
La competitività. Occorre fronteggiare «la perdita di competitività internazionale e il declino nella quota dell’export dell’Italia». Ma come? L’indice di innovazione elaborato dagli economisti dell’Ocse vede i Paesi nordici primeggiare come di consueto nella speciale classifica, l’Italia collocarsi alle spalle di Germania e Francia e attestarsi sotto la media dell’Unione europea nonostante i progressi ottenuti (due posti guadagnati) negli ultimi due anni.
«Certo i distretti, la forza propulsiva dell’economia italiana, si stanno trasformando — dice Vickery — da un modello tradizionale (quartier generale e manifatture situate nella stessa area geografica) verso un nuovo modello di sviluppo (quartier generale sempre in Italia con impianti produttivi delocalizzati in Paesi a basso costo del lavoro) adottato per esempio dal distretto tessile e della scarpe del NordEst». Ma non basta.
I settori maturi. «L’industria italiana ha ancora una quota troppo elevata in settori maturi o tradizionali (quali il tessile, l’abbigliamento e l’industria alimentare, che insieme contano per il 17% degli occupati e il 15% del valore aggiunto manifatturiero nel 2001)».
Tutto questo mentre «il settore ad elevato grado tecnologico pesa ancora troppo poco nel totale dell’economia italiana: l’area conta per il 7% degli occupati e solo per l’1,8% del valore aggiunto manifatturiero).
E come se non bastasse l’industria Ict è frammentata e dominata da imprese troppo piccole (79mila con una media di meno di otto dipendenti per impresa)». «Ecco perché serve un radicale aggiornamento che conduca le aziende della penisola — dice Vickery — ad evolvere verso modelli di business più sofisticati e di applicazioni avanzate. Le imprese si sono focalizzate sugli investimenti tradizionali e sulle innovazione di processo per ridurre i costi del lavoro ma ora serve anche puntare verso investimenti che aumentino la crescita e l’innovazione di prodotto».
Le sfide. Un cambiamento radicale dove la diffusione dell’Ict (e qui sta il compito principale del Governo e del ministero competente assieme alle associazioni locali di categoria) può fare molto per favorire il successo del cambiamento. «Per aumentare la produttività complessiva — dice il capo economista Ocse — occorre lavorare non solo sulla diffusione dell’Ict ma anche sulla gente che dovrà essere formata adeguatamente dalla scuola all’uso delle nuove tecnologie e inserita in una nuova organizzazione aziendale».
Il sistema scolastico, e la sua capacità di preparare i giovani alle nuove tecnologie, è un po’ il tasto dolente dell’esame a cui l’Italia si è sottoposta volontariamente con i suoi “pari” dell’Ocse (il Canada è stata la nazione che conduceva i lavori del rapporto, aiutata in questo compito da Svezia e Finlandia, tutti primi della classe in materia).
Le raccomandazioni. Come in tutti gli esami, dopo la promozione e la stretta di mano, c’è posto per i suggerimenti. All’Italia il rapporto Ocse consiglia di aumentare il coordinamento tra il Governo nazionale e gli enti periferici «soprattutto alla luce delle riforme appena varate verso il federalismo che tende a frammentare i programmi nazionali». Il panorama regionale, comunque, vede la Lombardia in testa nelle spese informatiche, seguita dal Lazio e il Piemonte, mentre agli ultimi posti si collocano la Basilicata, la Valle d’Aosta e il Molise.
Il Sole 24 Ore
20/10/2004