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All’estero ma con troppo «fai da te»

Il fenomeno dell’internazionalizzazione delle imprese si allarga estendendosi anche tra le Pmi – Est europeo e Far East asiatico le aree più attrattive – Una frenata dalla congiuntura economica – Nascono forme consortili per aiutare le aziende a scegliere gli insediamenti

Una parte consistente dell’Italia delle imprese, nonostante le difficoltà, continua ad affrontare le sfide dei mercati internazionali. Nel 2004 la quota di quante detengono rapporti commerciali e produttivi con altri Paesi risulta in leggera crescita (47,1%), rispetto all’anno precedente (43,4%).

Non mancano, tuttavia, segnali che alimentano fra gli imprenditori un sentimento di cautela e raffreddamento verso i processi di internazionalizzazione. Perché ciò continua ad avvenire per lo più all’insegna del “fai da te”; perché si muovono in assenza di una cornice economico-finanziaria e istituzionale generale che aiuti, in particolare, le Pmi. L’Italia, rispetto ad altri Paesi, ha un panorama produttivo assai più frammentato e, quindi, di difficile coordinamento. Ma, come ha recentemente sottolineato il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, fra le diverse politiche da attuare, quella di mettere in comunicazione i soggetti, le iniziative e le competenze già oggi esistenti su questi versanti è un’azione urgente.

Sul territorio, alcune esperienze di coordinamento si stanno già oggi proficuamente realizzando: in ordine sparso, però. Proviamo in questa sede, mancando fonti istituzionali in grado di delineare compiutamente l’internazionalizzazione delle imprese, ad abbozzare alcuni punti essenziali sulla scorta di esiti di ricerche realizzate su questo tema da alcuni istituti (Fondazione Nord Est, Formez, Tedis), così da alimentare le conoscenze su un fenomeno complesso. Va ricordato, infatti, come l’internazionalizzazione non riguardi indistintamente tutte le imprese, nelle loro diverse tipologie settoriali e dimensionali. E, di conseguenza, non esistano indicazioni univoche, ma queste vanno ricercate di volta in volta articolando le analisi.

Le Pmi e la competizione internazionale: gli orientamenti. Non c’è dubbio che la competizione internazionale sia chiaramente avvertita dagli imprenditori. È interessante osservare con quale spirito essi l’affrontino, consapevoli che fra gli orientamenti e la pratica vi sia una certa distanza. Tuttavia la grande maggioranza degli imprenditori (da tempo) intravede nel “fare squadra” (fare consorzi, fusioni, acquisizioni: 79,0%) la ricetta affinché le Pmi possano continuare a competere sul mercato globale. Va evidenziato, però, come questo orientamento rischi di essere frustrato, in assenza di un sistema-Paese che aiuti le imprese in questi processi, alimentando così spinte centrifughe (18,6%) che risultano crescenti nel tempo.

L’Europa allargata come mercato domestico. Gli imprenditori considerano ormai l’Europa come il loro mercato domestico. Nonostante le vischiosità che il processo di integrazione inevitabilmente crea, non addebitano certo all’introduzione dell’euro le attuali difficoltà economiche. Lo stesso allargamento a Est è vissuto come un ampliamento delle opportunità (74,4%). E, soprattutto, auspicano una Ue che possa finalmente avere un ruolo e un peso politico (60,2%) ed economico (57,3%) significativo sul piano internazionale. C’è bisogno di Europa e di un’Europa che conti.

L’export e le prospettive di nuovi mercati. I dati recenti sull’export del secondo trimestre 2004 (+10,0%, rispetto al medesimo periodo del 2003) fanno balenare, seppure cautamente, una ripresa dell’economia nazionale. Le direzioni delle esportazioni disegnano un quadro interessante. L’Italia delle imprese vede incrementare le sue relazioni soprattutto con i Paesi dell’Est europeo e con quelli del Far East asiatico. Concordemente con i dati istituzionali, poi, le indicazioni degli imprenditori sui mercati verso i quali conviene orientarsi prefigura le medesime direzioni. L’attenzione è già puntata prevalentemente sui Paesi dell’Est e verso l’Estremo Oriente.

Le dimensioni del fenomeno internazionalizzazione. Mediamente, poco meno della metà delle imprese italiane con più di 10 dipendenti (47,1%) dichiara di avere relazioni produttive e commerciali con Paesi esteri. Intuitivamente, ciò non riguarda in modo indistinto le imprese, ma soprattutto quelle di più grandi dimensioni (oltre i 50 dipendenti), del manifatturiero, quelle del Nord Italia più delle altre. Gli aspetti rilevanti riguardano le modalità dei rapporti con i mercati esteri. Prevale, ma è in forte diminuzione (39,5%), la vendita di prodotti e servizi e il considerare questi come mercati di sbocco.
Tale decremento avviene anche perché, per effetto dei processi di internazionalizzazione, le imprese effettuano vendite direttamente estero su estero, senza reimportare i prodotti. Parimenti, continua a crescere l’utilizzo dei fornitori esteri (33,6%), prefigurando così la creazione di reti lunghe d’impresa. Infine, cala leggermente la quota di quanti producono all’estero utilizzando strutture preesistenti (5,1%) e rimane stabile quanti hanno aperto nuove strutture produttive (4,8%). Dunque, i fenomeni di dislocazione all’estero interessano una quota contenuta delle imprese, ma le imprese che lo fanno sono quelle di più grandi dimensioni, le leader di un territorio.

Imprese radicate sul territorio. Ma la diversa collocazione delle imprese a livello internazionale impoverisce i territori di origine? Se certamente esistono casi di chiusure aziendali e di licenziamenti di lavoratori, tuttavia nella grande maggioranza le imprese delineano una situazione diversa. Fra quanti hanno rapporti con i mercati esteri, solo il 6% ha chiuso le strutture produttive in Italia. E una quota analoga (6%) sono le imprese che hanno totalmente interrotto i rapporti con i fornitori locali. Dunque, le imprese che avviano processi di internazionalizzazione all’estero, generalmente trascinano con sé – in tutto o in parte – i propri fornitori. E ciò sembra avvenire in misura maggiore nelle realtà distrettuali.

Internazionalizzazione “fai da te”. Certamente la congiuntura economica, tuttora problematica, non invita ad affrontare a cuor leggero esperienze di spostamento all’estero delle proprie produzioni. Gli orientamenti in tal senso vedono aumentare la cautela da parte degli imprenditori (65,5%). In virtù delle esperienze di colleghi, un po’ per l’incertezza della situazione internazionale, per la mancanza di informazioni coerenti e strumentazioni adeguate, soprattutto per le problematiche delle Pmi. Non può che destare preoccupazione, però, il forte incremento della quota di imprese che per andare all’estero non si sono rivolte ad alcuna struttura o ente (48,1%): all’insegna del “fai da te”. Internazionalizzarsi assieme.

Proprio per contrastare simili tendenze centrifughe, quasi a supplire il sistema-Paese, alcune associazioni imprenditoriali, enti camerali e finanziari stanno sviluppando forme consortili per aiutare le Pmi nell’individuare realtà regionali estere dove avviare strutture produttive. Si tratta di esperienze pilota, presenti soprattutto nel Nord-Est, che prefigurano nuove forme di cooperazione e di sostegno allo sviluppo. In particolare, testimoniano di come si stia passando dalla fase della delocalizzazione improntata alla ricerca di costi di produzione inferiori, alla internazionalizzazione intesa come presidio e sviluppo di nuovi mercati a livello internazionale. La progressiva apertura ai mercati esteri e l’internazionalizzazione (di una parte) dell’Italia delle imprese costituisce sicuramente una sfida, ma soprattutto un’opportunità per il Paese. Una volta tanto, sarebbe opportuno andare all’estero meno come “armata Brancaleone” e più come un “team creativo, ma ben organizzato”.

Il Sole 24 Ore
26/10/2004