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A caccia di falsi di lusso

Un business illegale che in 10 anni è cresciuto del 1.700 per cento provocando la perdita di 125 mila posti di lavoro. Dietro le borse patacca si nasconde oggi un giro d’affari colossale. Con le griffe che schierano avvocati e detective. E i falsari italiani che subiscono (pure loro) la concorrenza cinese.

Da un traghetto in arrivo da Patrasso sbarca un tir greco. Il 22 ottobre, ad Ancona, la Guardia di finanza lo ferma: all’interno scopre 10 mila capi firmati Dior ma falsi. Ormai, oltre a contendersi stilisti, designer e artigiani, le grandi griffe devono arruolare anche investigatori privati, esperti legali e security manager per tutelare i loro marchi: nell’ultimo decennio la contraffazione è cresciuta del 1.700 per cento, come stimano gli ultimi rapporti delle fiamme gialle e dell’Indicam (l’istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione.

Borse con il caratteristico marchio Louis Vuitton (o molto simile) in vendita sulle bancarelle a un prezzo cento volte inferiore a quello ufficiale, presunti Rolex assemblati a Napoli con componenti coreani, finte giacche a vento Prada prodotte in India ed etichettate in laboratori clandestini dell’Est europeo: si stima che quasi il 10 per cento di tutte le merci vendute nel mondo sia falso.

«La contraffazione ha subito una mutazione strutturale. Negli anni 90 si è passati da un’attività artigianale e multilocale a un business industriale e globale» spiega Silvio Paschi, segretario generale dell’Indicam. «In Italia c’è sempre stato un ampio settore dell’economia viziato dagli artigiani del falso, che avevano ditte di piccole dimensioni e operavano su scala locale, radicandosi soprattutto negli stessi distretti con la vocazione per un certo tipo di produzione (pelletteria in Toscana, oreficeria nel Nord-Est, calzaturifici nelle Marche, ndr)». Oggi, il 70 per cento della merce contraffatta arriva dal Sud-Est asiatico (Cina, Thailandia e Corea anzitutto), con una produzione dai volumi e dalle logiche industriali, con triangolazioni delle merci e del denaro che attraversano tutto il pianeta. «Gli artisti del falso italiani che non sono stati schiacciati dalla concorrenza si sono inseriti nella filiera della contraffazione globale o si sono specializzati in falsi di qualità».

Due e diversi sono infatti i flussi delle merci dal marchio fasullo: quelle destinate alle vendite in bancarelle, mercatini e spiagge (ovvero fuori dai canali di distribuzione regolare) e quelle che si confondono con la vendita del prodotto originale. Nel primo caso si tratta di borse, orologi, occhiali, abiti che non ingannano il consumatore, acquirente consapevole di un prodotto contraffatto che accetta, per un prezzo stracciato, di sfoggiare un simil status symbol. Questa è merce prodotta per la maggior parte nel Sud-Est asiatico che invade il mercato europeo, finendo soprattutto nelle strade italiane, greche e spagnole.

L’altro flusso viaggia in direzione opposta. Dai laboratori artigianali italiani esce quantomeno il know-how per la produzione di falsi meno facilmente riconoscibili. Si tratta di copie di qualità superiore che partono dall’Italia, passano dalla Svizzera e dall’Irlanda, finiscono nei negozi di presunto lusso del Giappone, del Sud Africa, del vicino Oriente o del Nord America. «A Dubai» dice a Panorama Francesca Negri, legale dello studio Rapisardi di Milano che si occupa da molti anni di diritto industriale e tutela della proprietà intellettuale, «pochi metri più in là delle vere boutique che offrono ai ricchi emiri le grandi firme dell’alta moda sono fiorite intere catene di negozi contraffatti che persino sulle vetrine espongono marchi irregolari, senza contare il suk dove merci presunte pregiate sono accatastate tra le bancarelle».

Sono stati individuati contraffattori pronti a invadere il mercato addirittura prima che l’azienda produca l’originale. Le griffe infatti sono obbligate a registrazioni, omologazioni, preparazione delle campagne pubblicitarie: passa oltre un anno dall’ideazione dell’oggetto di lusso alla messa in commercio. Nel frattempo, nel lungo tragitto della filiera produttiva, può esserci un infedele che passa le informazioni all’industria della patacca. Se a questo si aggiungono le difficoltà di molte piccole e medie imprese, la crescita di manodopera disponibile a lavorare in nero, il trasferimento di alcune fasi intermedie di lavorazione, la semplificazione di molti processi produttivi per ridurre costi, personale e tempi di produzione, si comprende quanto sia facile la vita del falsario del lusso.

«NON PENSATE CHE SIA UN REATO MINORE»
L’avvocato delle grandi firme denuncia la scarsa attenzione di parte della magistratura

«La contraffazione di alto livello è ancora tutta italiana», parola dell’avvocato Pier Luigi Roncaglia, esperto di diritto industriale e legale per l’Italia di grandi firme come Louis Vuitton, Hermès, Cartier, Ferragamo, Burberry e Chanel.

A quali mercati è destinata la merce contraffatta?
Parlano i fatti. Recentemente è stato sequestrato un carico di borse Hermès che attraverso triangolazioni con l’Irlanda sarebbe finito negli Stati Uniti e, attraverso la Svizzera, in Giappone. Non si tratta certo di falsi da bancarella, visto che il prezzo finale per l’acquirente sarebbe stato di 3 mila euro, contro gli 8 mila dell’originale.

Perché queste merci viaggiano tanto facilmente?
Purtroppo i controlli sulle merci sono molto più efficaci in entrata che in uscita dal nostro Paese. La maggior parte dei sequestri in fase di esportazione avviene solo su segnalazione degli investigatori.

Scarsa attenzione da parte delle istituzioni? Carenze legislative? Dov’è il problema?
In Italia abbiamo sempre avuto un’ottima legislazione. Il problema è più nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della magistratura che, in qualche caso, ritiene la contraffazione un reato di serie B. Per fortuna la Cassazione ha più volte sottolineato la presenza dell’illecito anche quando la copia dell’originale non è identica e i marchi presentano lievi differenze. Dal punto di vista del diritto civile, sta dando buoni frutti la competenza esclusiva assegnata a 12 sezioni di corte d’appello, con la creazione di pool di magistrati specializzati.

Nessuna colpa per i titolari dei marchi?
Le nostre aziende sono sempre state orientate a pensare quasi esclusivamente al business e poco alla protezione dei loro marchi. La scarsa sensibilità per la sicurezza, molto forte invece negli Usa, è costata molto al made in Italy e solo ora si corre ai ripari prestando attenzione al valore della proprietà intellettuale.

I grandi studi legali che si occupano di proprietà intellettuale e registrazione di brevetti hanno perciò dovuto creare sezioni specializzate e ingaggiare investigatori privati. In Oriente non si può contare sulla collaborazione delle polizie locali e delle dogane. «In Europa si comincia ora a prestare grande attenzione al problema della contraffazione, l’Italia in particolare ha fatto grandi passi in avanti nell’enforcement doganale» sottolineano gli esperti della Gucci.

Con il nuovo regolamento doganale europeo, entrato in vigore il 1º luglio 2004, si è innanzitutto riconosciuta alle aziende la possibilità di segnalare eventuali spedizioni sospette che vengono immediatamente bloccate e, in caso di riconosciuta falsificazione del marchio, messe sotto sequestro. Le dogane europee possono inoltre contare su un database in cui le aziende segnalano i centri di produzione e le rotte della loro distribuzione ufficiale per rendere evidente l’irregolarità di certi carichi pure attraverso la lettura delle bolle d’accompagnamento che magari indicano un paese di produzione inesistente.

La mappa della contraffazione è una cartina geografica fluida e su scala mondiale: non solo i luoghi di produzione, ma anche le rotte della distribuzione, la modalità di trasporto e lo smercio cambiano in base alle azioni di contrasto. Sempre più spesso le merci contraffatte sono inviate in Europa senza marchi e solo una volta superati i confini dell’area Schengen vengono etichettate con il nome copiato per evitare lo stop alla dogana. I paesi dell’Est entrati con l’ultimo allargamento nell’Unione Europea sono diventati tappa per lo stoccaggio delle merci e la rifinitura di quelle semilavorate. «A Malta si sta rapidamente raggiungendo la cifra record di 1 milione e mezzo di container in transito l’anno» osserva Domenico De Simone, titolare di uno dei più importanti studi legali di Roma nel settore della tutela della proprietà intellettuale. «È importante educare i cittadini e far loro comprendere che acquistando un similprodotto si ottiene solo una similsoddisfazione, ma si partecipa a un crimine vero» sottolinea il legale. Un reato che alimenta fra l’altro lavoro nero, evasione fiscale e perdita di posti di lavoro regolari. Secondo l’Indicam, 125 mila negli ultimi 10 anni nella sola Ue.

Gli investigatori della Guardia di finanza sempre più spesso scoprono organizzazioni criminali internazionali dietro il business del falso. Proprio per questo si contesta il reato di associazione per delinquere, che consente di usare tecniche di indagine più efficaci, come le intercettazioni telefoniche, non ammesse per il semplice reato di contraffazione.
Risultato? Nei primi otto mesi di quest’anno sono state arrestate 255 persone e 6.443 denunciate. Dall’inizio del 2003 sono stati sequestrati in Italia 75 milioni di pezzi contraffatti (16 milioni di pezzi nel settore moda), con stime sul giro d’affari della contraffazione nel nostro Paese che vanno dai 3 ai 7 miliardi di euro (il 60 per cento nel settore moda).

Panorama