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La danza del dollaro incalza Eurolandia

Termina oggi una settimana che si era aperta all’insegna della massima incertezza. I moderni àuguri che traggono dai sondaggi i propri auspici avevano sentenziato che il Presidente uscente Bush e lo sfidante Kerry erano appaiati nelle preferenze di voto.

Al termine del conteggio, non solo si era avuta una affluenza eccezionale alle urne, che per i soliti bene informati avrebbe dovuto comportare una vittoria strepitosa per i democratici, ma Bush batteva il rivale con oltre tre milioni di voti popolari e il partito repubblicano si assicurava il controllo delle due Camere con maggioranze superiori a quelle del Congresso uscente.

Questi risultati sono stati ottenuti grazie alla condivisione da parte degli elettori della strategia del presidente Bush per allontanare il terrorismo dal suolo americano con le guerre in Afghanistan e in Irak e dei valori etico-religiosi di cui è portatore. L’economia non sembra avere avuto un’influenza né sulle classi ricche, né sulle meno abbienti: il capolavoro dei repubblicani pare sia stato quello di far votare per i ricchi molti di coloro che vivono poveramente…

Eppure l’economia americana è tornata ad avere preoccupanti disavanzi gemelli, quello del pubblico bilancio e quello verso l’estero (5,5 e 4,7% del Pil rispettivamente). Se il primo è stato già oggetto di propositi d’intervento da parte del Congresso in scadenza e dello stesso Bush dopo la rielezione, che però ha anche annunciato un nuovo alleggerimento dell’imposta sul reddito e una parziale privatizzazione della sicurezza sociale con conseguenze negative per il finanziamento pubblico, il secondo ha continuato a fare accumulare debiti verso l’estero sia in periodi di avanzo sia di disavanzo del bilancio federale.

Se le buone notizie sul fronte dell’occupazione negli Stati Uniti diffuse venerdì non hanno avuto riflessi sul dollaro, che ha quotato 1,2945 contro euro, si deve temere un deprezzamento accelerato o addirittura una crisi? Per evitare quest’ultima, si può seguitare a fare affidamento sull’interesse e sulla preferenza degli stranieri per le attività denominate in dollari? Come può il nostro Continente e in particolare Eurolandia reagire al continuo apprezzamento della propria moneta?

Il Sole 24Ore
8/11/2004