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Le esportazioni italiane non partono piu’ dal Nord

Da uno studio della Banca d’Italia sul commercio internazionale e sul grado di apertura all’export delle Regioni italiane emerge che, nel decennio 1992-2002, la quota delle nostre esportazioni sul totale degli scambi mondiali di merci e servizi ha perso un punto percentuale, passando dal 4,8% al 3,9%. Il rapporto confronta l’andamento delle esportazioni di quattro regioni italiane, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Marche, che da sole contribuiscono per oltre il 60% all’export nazionale, ed il risultato e’ abbastanza sorprendente: circa la meta’ della perdita percentuale (-0,4%) e’ da attribuirsi alla sola Lombardia.

La graduatoria delle regioni
L’analisi di Bankitalia riflette quella del Rapporto 2003 sul commercio estero curato da ICE e Ministero Attivita’ Produttive ( elaborazioni su dati ISTAT) che, riportando lo spaccato dei pesi, per Regioni, delle esportazioni italiane, evidenzia le perdite dei valori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, per quanto tali Regioni siano rimaste, nell’ordine, alle prime tre posizioni tra le 20 del Paese. Graduatoria delle regioni italiane per valore delle esportazioni (anno 2003) .

Non e’ verosimile pensare che le cause della debacle lombarda siano del tutto diverse da quelle comuni al resto del Paese, e, quindi, il calo della produzione industriale e dei consumi, la perdita di competitivita’ che ha relegato l’Italia al quarantaseiesimo posto dal ventiseiesimo che deteneva nel 2001, la perdurante debolezza del dollaro; tuttavia, il Rapporto della Banca d’Italia, nel soffermarsi sulla composizione dell’export delle Regioni sotto esame, sottolinea anche come l’eccessiva specializzazione dei prodotti sia da includersi tra i fattori determinanti della frenata. In altri termini, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Marche, ma soprattutto la prima, dopo aver goduto per anni di vantaggi comparativi nei prodotti tradizionali, a medio basso valore aggiunto, si sarebbero tropp o appiattite sulle rispettive specializzazioni, senza diversificarsi in produzioni piu’ innovative e tecnologicamente piu’ avanzate, tali da venire piu’ facilmente incontro alla domanda mondiale.

Il “grado di creativita’”
Infine, lo studio della Banca d’Italia fa venire in mente i risultati di una ricerca condotta dall’Universita’ Bocconi su incarico di Assolombarda, che ha calcolato il Grado di Creativita’ delle principali citta’ italiane. intendendo per tale l’insieme delle professioni suscettibili di ”produrre qualche cosa di nuovo e di utile”. Suddivisa la classe creativa in due categorie, quella dei ”Supercreativi”, composta dagli eccellenti in materie scientifiche, architettura, arte, sport e comunicazione e quella dei “Creativi”, vale a dire i professionisti in campo manageriale, finanziario, legale, tecnico e sanitario, l’indagine Bocconi ha calcolato la percentuale di operatori creativi rispetto alla popolazione attiva in ciascuna delle citta’ campione.

Il risultato della ricerca e’ abbastanza sorprendente perche’ Milano, capitale della moda e del design, viene classificata soltanto quarta, superata nella graduatoria da Roma ( al primo posto), Genova e Trieste.

Roberto Meini
E.B.C., s.r.l. – Servizi per l’internazionalizzazione